Mi dissero "Oh, scommetto che tu un racconto alla Federico Moccia proprio non lo sai fare, povero coglione, non vali una cippa di cazzo del suo genio, visto che ora lui collabora persino con la Perugina? E tu?"
Risposi "Mmm, vediamo che si può fare, per quanto sia anche io del parere che Moccia sia assolutamente senza eguali". Perciò, SUFFUMIGI.
1. La biro.
Non aveva una biro.
Tutto il cazzo di problema della sua esistenza, riconducibile per estensione a quello stronzo cavernicolo che si era combattuto la vita e fottuto a morte tutto il giorno a calci e pietre contro un altro troglodita per poi sputare sangue sulle tette di sua moglie (per dire moglie, una qualsiasi della tribù), migliaia di anni di accoppiamenti e discendenze, e tutto sembrava venire a capo.
Ma ancora non aveva questa biro. E ciò lo mandava assolutamente in bestia, non riuscendo ad immaginare nient'altro, nessun paragone.
La stagnola, sì, quella c'era. L'accendino l'aveva comprato il giorno prima. Pane e vin non gli mancava, e nemmeno la roba. Quella ce l'aveva, sapeva per certo di avercela e, per dio, l'aveva, ricordava di averla comprata, e sì, era davanti a lui e la vedeva.
L'insalata era nell'orto.
Ma una biro, cazzo, quella no. Da nessuna parte, in nessun angolo della stanza. Niente.
La roba sì, la stagnola sì, l'accendino sì, la biro, no.
Cazzo.
Possibilità di azione che rischiara questa altrimenti grigia giornata di novembre (sai, foglie che cadono, freddo che rattrappisce le mani, nuvolette di fumo dalla bocca al mattino presto, zero voglia di uscire, studiare, lavorare): comprare una biro.
Necessari: dei soldi. Problema secondario, se vogliamo minimizzare. Non aveva una biro perchè non aveva dei soldi. Non aveva dei soldi, perchè non lavorava, e i suoi non è che sganciassero ancora molto di paghetta, d'altronde già avevano voluto affibiargli un nome stupido, e lo trattavano ancora seguendo i dettami dell'anagrafe, ma poi saprete.
Stava bofonchiando niente in particolare o di particolarmente rilevante, a parte il solito giro di madonne.
La musica gli interessava poco, lo studio ancor meno perchè era da stronzi andare a sedersi in un posto dove ti dicevano di sedere, fare quello che volevano che tu facessi, e cosa peggiore, leggere e scrivere solo quello che a loro altri dicevano di farti leggere e scrivere, e alla faccia del
faber fortunae sua, che cazzo.
Parlare, non è che lo facesse impazzire di gioia.
Mangiare sì, ma solo ai fini di sopravvivenza, e bere era una cazzata, ed era funzionale al sistema scolastico di cui prima.
Fondamentalmente, a
Peter, 13 anni compiuti da qualche settimana, piace fare.
Farsi le ragazze, farsi le seghe, e farsi.
E non bada troppo al resto, ma d'altro canto, cazzo, se aveva scelto di vivere così un sacco di gente più sveglia di lui...
2. Pre-Testo
Il problema delle storie e delle persone risiede nel loro apparato semiotico. Nella loro testualità, e state pur certi, da quella non si sfugge. Siamo tutti testi, generati da una qualche complicatissima matrice, siamo variabili di assoluta unicità, ma calcolata a tavolino, non siamo cloni, piuttosto figure attanziali.
E siamo anche tutti leggibili da qualcun altro, e interpretabili in qualche modo.
Ed essendo testi, conteniamo informazioni, di ogni genere, persino guide alla lettura di noi stessi.
Tutto sta in quanta informazione decidiamo di fornire, quante invece ce ne sfugge, quanta il nostro Lettore ne riesca ad inferire dal contesto o che.
Informazioni che non stanno solamente nella parola detta, o scritta, ma oltre. Informazioni che possono essere insufficenti, o in eccesso, e può essere per me-Testo, per te-Testo, per lui-Testo, un problema.
Un eccesso di informazioni crea nel Lettore un
effetto di realtà.
Vede dei dati lampeggiare tra grafici, tabelle, caselle e formule di uno schermo, e dà per scontato che questi facciano riferimento a qualcosa di materiale, di esistente, di reale.
Di
vivo.
Ma a volte, me-Testo, te-Testo, lui-Testo, possono scegliere di fornire esclusivamente il giusto necessario. Necessario: rispondere solo affermativamente, negativamente, e a spiegazioni richieste riferire solo dell'oggettivo.
Dire lo strettissimo necessario, e che il Lettore si arrangi, se la cavi da solo.
Siamo testi, testi pensanti, ma alcuni di noi-Testi, non sono certo dei cazzo di stupidi.
3. La compagnia.
Peter, ad esempio.
Non aveva una biro, ricordate?
Con una biro, sarebbe stato tutto più facile e bello, elementare e gioioso, avrebbe riscaldato il pezzetto di stagnola al centro, il fumo avrebbe cominciato ad uscire, come quando l'acqua bolle sulla pentola, e con la cannula della penna, avrebbe gustato la sua felicità.
Ma questo era già accaduto diversi minuti fa, mentre si stava parlando delle persone come testi: adesso Peter è in macchina, sta guidando verso una qualche parte, e mentre procede su una strada provinciale sta rimestando con la mano tra i suoi CD.
Ha una Polo Volkswagen amarena, dalla carrozzeria leggermente impolverata, probabilmente del '96-'97. Fischia come una sirena in pericolo quando vai troppo giù con il freno.
Ha un tergicristalli che quando piove gratta sul parabrezza come una gatta in calore alla porta.
Una fottutissima Polo, ma che lo conduce senza problemi dall'altro capo del paese, in una condizione mentale che va acchetandosi; le nubi nel cielo sfumano al carboncino in quella che pare la serata, il momento della contemplazione, solitamente del soffitto o delle sverniciature sul termosifone.
Si ferma e parcheggia davanti ad un chioschetto color zafferano, ed il pomeriggio va in stop motion.
Si avvicina ad un tizio barbuto con un cappellino e una giacchetta mimetica.
Chissà perchè, visto che lo vede benissimo.
- eh, moccio.
- eh, nano. Hai 'na penna?
- boh, vedo.
- eh.
- no.
- vabbè, cià.
- cisi.
La cartolibreria, esattamente dietro l'angolo, stava precisamente chiudendo in quel momento, proprio in quel preciso momento il proprietario stava tirando giù la saracinesca, meccanicamente, il suo corpo che si muoveva da solo, la sua mente che vagava, indefinita, un meccanismo meraviglioso di cui ognuno è dimentico e che viene lasciato lì in cantina, quando qualcosa ebbe uno spasmo, nelle percezioni di quell'uomo, e richiamò la sua attenzione verso un ragazzino dai capelli castano chiaro e una giubba di jeans foderata di pelliccia sintetica che, solo a qualche metro da lui, gli aveva gridato "OH!".
Nella sera, la fortuna di Peter lunge ancora da tornare dal misterioso luogo da cui proveniva, poichè conosce Clara.
4. La ragazza.
Vaga da un'ora o due per i non-luoghi virtuali di una chat del cazzo, sperando di trovare qualcuna che gli faccia vedere le tette la fica il culo.
Fondamentalmente, a Peter piace fare.
Cercare per guardare, guardare per possedere.
Ne trova una, ma ci parla qualche minuto solo per capire che non ne uscirà niente. E poi, lo snerva come a che il dover scrivere in linguaggio SMS anche lì, dove tempo e spazio ce n'è a sufficenza per scrivere ogni cosa per intero e senza troppi errori.
Spunterà quella cazzo di alba dell'avvenire, e in quell'alba dell'avvenire, una turbe decisa e composta di giovani prenderà a parlare per emoticon.
Questa vuole sapere
da dove DGT, quest'altra troietta se Peter è
M o F. Dire lo strettissimo necessario.
Spunterà quella cazzo di alba dell'avvenire, nella quale persino l'adorato turpiloquio morirà o, peggio, avrà le k.
E niente, in un angolo le chiavi della Polo, di fianco all'utilissima penna acquistata nel pomeriggio, quando...
Una foto.
Lei dà la schiena nuda all'obiettivo, nell'elegante spacco di un abito da sera presumibilmente scuro, perchè la foto è stata fatta in bianco e nero.
Potrebbe essere blu scuro, potrebbe essere verdone. I capelli, potrebbero essere neri o castano scuri.
Gli occhi, chiari, potrebbero essere verdi o blu.
Il sorriso, perfetto, potrebbe essere dedicato a chi le ha scattato la foto, ad un volto conosciuto, amato. Peter osserva attentamente.
Lei, potrebbe essere in linea, in quel momento, potrebbe star guardando il suo, di profilo.
La contatta. Stop motion, segue solo un rumore di dita sulla tastiera. C'è silenzio, quello stesso silenzio che accompagna il movimento di rotazione e rivoluzione dei pianeti. Parlano senza parole, al computer.
Lei si chiama
Clara, ha 20 anni. Abita lontano. Quella foto gliel'ha scattata suo fratello.
Peter le chiede se lei se per caso se lo scopa anche, suo fratello. No, è la risposta. Allora niente, spera che vada tutto bene e che sia vivo. Clara chiede a Peter cosa fa nella vita, di dov'è, che musica ascolta, cosa gli piace.
Peter le racconta di quanto poco sia interessante la scuola, di quanto fondamentalmente serva solo a formare un individuo mediocre, se gli dice bene, o un cazzo di merdoso mostro sociale.
E cosa vuol dire, replica lei. Beh, è fottutamente semplice, mia cara Clara, spiega Peter.
5. La scuola.
Inizi gli studi al massimo delle tue possibilità e motivazioni, dice. All'inizio è tutto molto bello e semplice, numeri ed alfabeto, giochi e bambini. Ma ogni giorno di più, senza che tu te ne accorga, le cose, gradualmente, cambiano.
I
magister non sono più tanto affabili, e pretendono dei risultati, o verrai punito, sputtanato, non ti integrerai e sarai da subito infelice. Anche se sei intelligente.
Non è la deriva, non è il caso limite, funziona così sempre, più o meno con tutti, o meglio, con tutti quelli che hanno quel problema: il pensiero autonomo.
Il pensiero autonomo, la critica, la replica, la ribellione, la curiosità, sono i veri nemici dell'apprendimento, che è essenzialmente, apprendi ad essere uguale, identico agli altri.
A vestire come loro, a parlare come loro, a vivere come loro, fino a pensare come loro, perchè è l'unica strada possibile. E gli altri coetanei, i furbi che l'hanno già capito, non perdono tempo.
L'istituzione scolastica è in realtà una guerra mirata alla cauterizzazione della malattia individuo, dice Peter. Clara tace.
E' una cura, un pharmakon. E non è finita qui: se per caso, continuerai ad ostinarti, a gridare "
IO! IO!" invece che "
NOI! NOI!", loro hanno la soluzione pronta per te, ben oltre i voti bassi, e altre cazzate.
Ti controllano interpretando il ruolo dei tuoi nemici. Ti istigheranno a ribellarti contro di loro, in primis, e poi contro la società intera, ti insegneranno l'unica cosa che davvero conoscono: ad odiare, ad ignorare.
Ti spingeranno a mandarli affanculo, ti daranno l'implicito messaggio che tanto quelle sono tutte cazzate inutili,
i logaritmi, il De Bello Gallico, la biologia...
ti istruiranno solo ad essere ottuso e cafone, ad essere stupido e a covare rancore.
Rancore che ti porterai sempre dietro, o facendo lo schiavo sempre per i tuoi amichetti stronzi e secchioni, o sparandoti merda in vena, o dando fuoco a qualche zingara, o accoltellando tua madre o la tua ragazza, o lasciandoti, piano piano, giorno dopo giorno,
lentamente, letalmente, letam-mente,
morire dentro.
E' questo, il loro obiettivo. Merdosi mostri sociali creati dalla scuola dell'obbligo, come risultati di scarto ed esempio per un mondo in scatola di burattini a cui viene insegnato ad essere spaventosamente medi, fannulloni, bugiardi e gretti.
A tornare a dire "
IO! IO!" solo a patto che questo "Io" sia stato riveduto e corretto.
Possedere per distruggere.
Interessante, dice solamente Clara. Ma come fare ad evitare tutto questo? Come salvarsi?
Beh, esiste un modo, riferisce Peter. La risposta equivale ad una scelta, allo scegliere di fornire esclusivamente il giusto necessario.
Necessario: rispondere solo affermativamente, negativamente, e a spiegazioni richieste riferire solo dell'oggettivo.
Dire lo strettissimo necessario. E se non basta, o se insospettisce, nascondersi, travestirsi.
Fingere.
La verità è sempre nociva per chi la dice, e la libertà di scegliere conduce facilmente all'errore.
Mentire, inventare, aprire all'immaginazione.
Raccontare storie. Essere pazienti, covare in segreto il proprio io, ed aspettare che passi la nottata.
Hai ragione, digita Clara, al termine di un lungo silenzio.
E questa nottata, passiamola insieme.
Alla memoria di David Foster Wallace e di Alda Merini. 22.32 05/11/2009.