La fine non ha fine non ha fine non ha fine non ha fine non ha fine non ha fine. LA FINE NON AFFINE.

venerdì, 27 novembre 2009

Non falliscono

La mia coinquilina è particolarmente orgogliosa del fatto che la sua azienda di famiglia sponsorizzi un rally internazionale.

Qual è il mestiere che fanno?
Ma come, non l'avete ancora capito?





http://www.regioni-italiane.com/immagini/bara10_big.jpg


Loro, di sicuro, non falliscono.


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domenica, 22 novembre 2009

Cuore di ferro


http://www.runner74.it/wp-content/uploads/2009/04/indifferente1.jpg

U
n giorno avrò un cuore di ferro,
un giorno la mia mente sarà armata
.
Cosa fu che quella sera Giorgio comiciò
a riflettere, a pensare in stazione,
a partir dal pensarsi, in stazione.
Aspettando, aspettando, leggendo
il nero poema, pensando.
Un giorno avrò un cuore di ferro,
un giorno la mia mente sarà armata.

A due metri da lui, una coppietta
scherzare, ridere, sbaciucchiarsi
quella calda felicità, una trappola
troppo a lungo desiderata.
Voglio un anima corazzata.
Corazzata di droni in battaglia
a non perseguir altro che male,
perchè sol io mi possa salvare.

Per quei due. Giorgio provava
un sincero, disinteressato,
silenzioso, rispettoso
disprezzo.
Anche invidia? Può darsi, del resto
lui viveva d'angoscia e di-sprezzo.
Ciò che lui non aveva, e desiderava
a lungo andar l'odiava
e ciò che aveva e che odiava
alla fine, lui, si abituava.
Arriva il treno, e due ragazze
si baciano in bocca, le pazze
anche se, a meglio guardare
le lingue lor spadeggiare.
Giorgio mai ebbe più grande emozione
di quella lì mutuata,
e mai ebbe tal erezione,
o almeno, tanto immediata.
Ma
un giorno avrò un cuore di ferro,
un giorno la mia mente sarà armata.

Ancora, Giorgio pensava, a questa vita deserta,
probabilmente auspicava
una fine che fosse a lui certa.
Fine che sì, certa era
ma che lì ancora tardava
e, gran vigliacco, qual era
neanche più ci pensava.
sempre così è per tutto
passi la vita a sperare,
qualcosa di bello, o di brutto
ti possa quel dì capitare.
Ma non succede mai niente
e questo, Giorgio sapeva.
Passi la vita a implorare
poi resti sempre in galera.
Ci pensi e scrivi qualcosa,
macchiato di miope egoismo
"solo io posso soffrire!"
è questo il tuo sofismo.
Miope, per certo, lo sei
stronzo, ci provi, ed assai,
certo è che se nasci cervo
volpe non ci morirai.
E che ti resta da dire,
confessato al tuo oscuro prete,
che fan cagar le poesie,
soprattutto quelle in rete.
Giorgio lo disse, o anime pie,

le peggio merda
son proprio le mie.
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venerdì, 20 novembre 2009

Che dopo la tempesta, niente sarà uguale

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giovedì, 19 novembre 2009

2012: Una gita in barca

http://www.digitalexile.it/smemo/wp-content/uploads/2009/09/2012.jpg

Questa riflessione inizia dove finisce il film, perciò, ignoratela pure, se lo desiderate.
Leggete altro, guardate cosa fanno i vostri amici su facciunbuch. Non datele importanza.

Da mesi, titolo questo tetro antro delle mie viscere della Wirklichkeit "22-12-2012", mi sembrava giusto dire due cose in croce a proposito del film che ho appena visto, e sono le 2.25 di giovedi mattina, o di mercoledi notte.
Di un inizio o una fine, a seconda di come la si guardi.
Il film, come spesso accade, soddisfa delle aspettative e ne delude altre, ma non ero andato pensando di vedere chissà che capolavoro, e, nel complesso, non mi ha affatto sorpreso.
Sospensione dell'incredulità che lavora a pieni giri, specialmente su dettagli tecnico-scientifici, ma tant'è.
Probabilmente, ignoro i reali meccanismi di funzionamento della rete globale di comunicazione, ma sono orientato a dubitare che possa sopravvivere a: terremoti, inondazioni, la crosta terrestre che si sfalda.
O quantomeno alle macchie solari, le "più violente nella storia dell'umanità".
Che, in teoria, avrebbero molto peggiori conseguenze, ma, esiste un punto.
Un punto che è: sono orientato a dubitare, poichè mi è stato insegnato a pensare in un determinato modo.
E mi è stato insegnato a pensare in QUEL determinato modo, perchè io faccia i miei bravi compitini e dia meno fastidio possibile, e questo vale praticamente per chiunque.
Del resto, nel film c'è un dj pazzo che parla alla radio e al web di mille ed altre cospirazioni, compresa quella dagli apparenti nobili fini di salvare l'umanità, o almeno, quanta più umanità possibile.
E qualcuno lo sta a sentire, ma è il suo stesso essere fuori di orbita, che alla fine della fiera, lo frega, che cospira a suo svantaggio.
Molti sono gli spunti del film, come: credete davvero che ve lo direbbero, anzi, che ve lo direbbero SUBITO? Credete davvero che qualcuno che se lo possa permettere, o pagare, stia pensando anche a voi?
Credete davvero che il made in China abbia dei limiti?
Credete davvero a tutto quello che vi si dice, alla voce sia del potere che del contro-, dell'anti-, del non-potere?
Che alla fine qualcuno di fin troppo illuminato sia cosciente dell'unico, vero, sensato sacrificio da compiere (vecchio sostituito dal giovane, e potere sostituito dal sapere), e che l'establishment possa risolvere tutto con una bella gita in barca davanti all'Himalaya, mentre miliardi di anonime vite si spengono nel fuori campo?
Perchè questo è l'atto d'accusa che il film lancia, e che si ritorce persino contro il film stesso. "L'apocalisse comincia da Hollywood", preconizza quel dj. "E' quando ti dicono che è tutto nella norma, che scappi".
Il punto è: chi deve vivere e chi no, chi deve decidere?
E poi, l'attore che interpreta il nostro fantastico prrremierr, piuttosto sembra Dini, e il suo "ritiro in preghiera" non mi convince.
Sono orientato a dubitare, poichè mi è stato insegnato a pensare in un determinato modo.
Un modo che è: sopravvive chi è più forte, chi ha i mezzi, chi caccia la grana, chi può comprarsi la sua chance.
E che a dispiacersi siano gli altri.
Magari sì, è un peccato per i bambini, ma, ci fossi io, possibilità che il film annovera nel suo "fuori campo", io, come voi, come almeno altre 5 miliardi di persone, pur nella disperazione, sarei conscio di essermela un minimo goduta, con forse il rimpianto di non essermela goduta ancora di più.
E aspetterei in piedi l'abisso, auspicandomi il nulla, perchè, come dice Checco Zalone "poi è brutto se c'è qualcosa dopo dove dobbiamo pagare per i peccati della carne".
E niente gita in barca.
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sabato, 14 novembre 2009

Vivi, e lascia morire


- Sai, sembri un po' uno sfigato dei fumetti.
- Azzo, ti rendi conto che questo è il miglior complimento che ricevo da una ragazza da oltre 6 mesi?


Angolo a sinistra della mia testa, didascalia: era vero, in fondo.
A disambiguare tutto il discorso, una giustapposta precisazione (anche perchè io sono un cazzo di coglioncello permaloso): "sfigato DEI fumetti" è inteso come "personaggio DEI fumetti", in una maniera ben differente, da "sfigato CON i fumetti", meglio definito "Lettore Sfigato/Nerd" (categoria alla quale strappartengo!), che è un po' come dire "Lettore Modello", come dire che:

man mano che le aspettative del fruitore si avvicinano alle predisposizioni testuali, l'individuo perde il senso della realtà. Quella vera, concreta, tangibile.
Possibile spiegazione delle sconvolgenti, atroci, origini del comic-fandom, dei fissati di Star Trek o Battlestar Galactica, dei maniaci dei giochi di ruolo.
Meglio sei capace di interpretare, di rispecchiarti, di "essere dentro" un qualsivoglia testo sincretico o meno, più la tua vita, quella vera, gli script che parlano di affetti, conoscenze, cose da fare, situazioni sociali, studio, lavoro, cura del Sè corporeo, ti sfuggono di mano.
Fino all'allucinazione massima, quello che le antiche sacerdotesse di Apollo ritenevano l'anelito al divino: parli come un Dio, come una creatura mitologica, disincarnata, sulfurea, vedi cose oltre questo mondo, vivi la vita con Perlana.
E invece sei in un angolo di una cella, strafatto, con segni di ustioni, suppurazioni, piaghe da decubito, sbavante e fuori di te, mentre magari un omaccione cattivo te lo sta sbattendo al culo come se tu fossi carne da macello, bambola di gomma, real doll.

http://www.amoeba.com/dynamic-images/blog/Charles/wile-e-coyote-gravity.jpg

Lo sfigato DEI fumetti, come dire Willy E.Coyote. Pianifica, crea, cerca di plasmare il suo mondo bidimensionale, che gli si ritorce contro sempre, fallendo ogni volta nel suo tentativo folle di catturare Bee Beep. Violenza autoinflitta, cristologica. Ma ne ha già parlato Grant Morrison.
La vita, fortunatamente, è ben altro che un semplice atto di masochismo.
Un esempio? La mia, di vita. "Spesso più parole che fatti, a volte più risultati che inutili progetti", Colle der Fomento docet.
I rischi che corro, che ho corso, che correrò, le mie scelte, le mie scommesse, spesso involontariamente azzeccate, gli errori talvolta stupidi, insensati, puerili, che si rivelano essere salvifici, exit strategies che parano il culo, neanche fossero mirate.
L'istinto alla fuga è molto spesso foriero del desiderio di un Sè migliore.
I rischi mi rendono felice, e cacciano via i pochi rimpianti.
Piccole, luminose vittorie, io ne vedo un bel po'.
Eppure la tendenze è a concentrarsi sulle sconfitte, sui rifiuti, sui desideri inappagati, o per il momento in sospeso.
La tendenza è ad identificarsi con Wile E.Coyote, e non con lo struzzo, che in fuga perenne, se la ride del mondo.
Prendiamo il caso dell'unico neo in bella vista sul mio corpo sociale: la vita sessual-sentimentale.
Cazzo, la catena è forte, eppure ci si concentra sempre sull'unico anello debole, perdendo di vista gli altri.
C'è la ragazzina delle bolle, che in effetti mi piace, ma a questo si potrebbe benissimo andare oltre, e/o porre rimedio.
E già descrivendole minuziosamente i miei progetti per l'impermeabile lanciafiamme post-apocalittico, l'unico rischio che seriamente corro è quello di farla incuriosire davvero, di me.
E' un dilemma tra il voler fare, ossia provarci, ma razionalmente questo costituirebbe un passo indietro nella mia evoluzione modale, e il voler essere, cioè, voler essere qui, dove sai quante occasioni potrei avere, visto che il lavoro, l'ostagg' per ora, sento che è arrivato e che, anche solo nel suo corteggiamento,
mi riempie di soddisfazioni, perciò sarà di sicuro così con una qualche donzella, basterà semplicemente andarci coi piedi di piombo, portandomi dietro un bastone, e quello, tranquilli, che c'è, specialmente al mattino presto.
Non si può avere tutto, ma si possono volere molte cose, delle quali alcune , che tu lo voglia davvero o no, si realizzeranno. La vita è ben altro che un semplice atto di masochismo.
E' un po' come la scena secondo me clou di Shrek Terzo, il funerale del Re Rospo (che non ho trovato sul Tubo, perciò beccatevi sta roba qui fatta da altri nerd), sulle note di Live and Let Die dei Wings di Paul McCartney (se è veramente lui).
Vivi, e lascia morire. Lascia che le cose facciano il loro naturale corso, ce ne saranno sempre di nuove.

Un po' come quella cazzo di idea di un cazzo di film in cui, il protagonista all'inizio conduce una vita monotona, monocorde, monocolore: completamente in bianco e nero, senza toni intermedi, come ho visto qualche giorno fa al pedice di un servizio del Tg1 sulle biglietterie automatiche dei tram.
Bianco e nero puri, fino al momento in cui qualcosa gli fa rendere conto che la vita, fortunatamente, è ben altro che un semplice atto manicheo.
E iniziano a vedersi le ombre, i grigi, le sue scelte, dapprima in funzione solo della semplice sopravvivenza, diventano più complesse, più ragionate.
A parte, che ne so, Linklater e qualche altro, il cinema ha sempre sottovalutato l'importanza dei cromatismi.
Anche se ora mi viene in mente il film di Dead or Alive. Live and let die.
Poi, in base allo stesso ragionamento figurativo-passionale in base alla quale, in Across the Universe di Julie Taymor, l'azzurro sta per la libertà, il rosso per la passione amorosa, il verde per la speranza, il nostro protagonista di prima incontra la figa, e la vita automaticamente gli si riempie di ogni colore.
Anche, che ne so, il marrone.
Man mano che le aspettative del fruitore si avvicinano alle predisposizioni testuali, l'individuo perde il senso della realtà
Vivi, e lascia morire.
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martedì, 10 novembre 2009

Il giorno che prima o poi sapevamo tutti che sarebbe arrivato

Bollettino ai naviganti da parte del vostro operativo narratore:
tutto andava bene, cioè, alla perfezione, cioè di culo.

Questo innanzitutto avrebbe dovuto rendermi almeno un tantino sospettoso, visti e considerati i precedenti.
Ma il lavoro, anzi lo stage, appena iniziato ingranava bene, e ci piaceva, ero riuscito anche a fare delle agognatissime fotocopie, incarichi di discreta responsabilità da capufficio e stima da parte dei colleghi fioccavano come neve a fine dicembre.
Non oso pronunciare quella festività perchè non riesco a credere stabilmente in essa, o a coglierne lo zeitgeist, e non è facile disintuirlo.
Blue Dragon, lui, era con me, sempre al mio fianco, praticamente la mia ombra.
Mi alzo la mattina e chi vedo davanti? Blue Dragon, con il suo vocione cavernoso e temibile.
"Uoooargh! Buongiorno! Sono sempre con te!".
"Blue Dragon, ma che caz...che ore so'...oh, ma mi fai pigghià u'mmal', cornacc'tu'!"
Inforco la bici che ho fatto pervenire in maniera oscura da Parma, e Blue Dragon si siede nel cestello.
"Uoooargh! Sono sempre con te!".
"Ancora? Blue Dragon, e stt' ferm'...mo' cadiamo..."
Allo stage, scrivevo in un articolo "chachemiresmanicato", e Blue Dragon è lì, alle mie spalle.
"Uoooargh! Metti lo spazio!".
"....che disperazione...."
Più che uno stage, un'ostagg', e difatti d'ora in avanti, così sarà indicato.
Tutto molto bello, e ci piace, ma.
Su faccialibbro, o facciunpoicazzideglialtribook.
Scorro i contatti di una mia amica.
E infine, la vedo.



No.
No, no.
No...
Immediatamente, il gulliver mi si sintonizza sulle sapienti, e pertanto esemplari, e pertanto terribili, divine note della musica classica, frammentando la concentrazione, deframmentando il disco rigido della mia, a volte labile, a volte crudelmente precisa, macchina della memoria.
In questo modo.
Tutti i fantasmi ritornano, i sogni defunti di un passato avvenire m'instradano verso l'oppiaceo desiderio della fica mai avuta: regressione mitocondriale a batraco, rospo, girino, embrione dell'emotività.
Non mi sento più sagace, non sento più le mie, passivo-aggressive, battutine pronte: da Dottor Petrof a Mister Haydn.
Non mi sento più Blue Dragon che mi scassa i coglioni. Miracolo improvviso?
Poi, come d'incanto, il disincanto.
Torno a fare quello che stavo facendo. I sogni defunti, i fantasmi, i batrachi, rospi, girini, embrioni, lasciano il posto alla viva realtà.
Le cazzate svaniscono, il passato reimpatria, l'autopoieticità della vita (è vita in virtu' dell'essere cosa viva) mi fa rientrare in orbita, rock'n roll, vado a tempo, di nuovo.
A volte, la realtà è l'unica cosa che ti salva dai sogni.

Però, c'è un però: speravo in un maggiore distacco, da parte mia, in una maggiore indifferenza, in virtù del tempo e dell'acqua sotto i ponti passata.
Boh, se rivedo foto di altre, molto più recenti, riesco a farlo con placida, serafica quiete.
Why, why so serious?
Ma forse a lei, non potrò mai allontanarmi veramente, perchè per farlo dovrei fuggire il più possibile dalla causa di tutti i miei successivi guai e merdate assurde fatte con le donne, per le donne, dalle donne.
Dovrei fuggire da me.

Oltre che da Blue Dragon, ovviamente.

("Uoooargh!"
"Sto al gabinettoooo!")

Questo il mondo (e me le) fa girar alle 20:02 | spermaLink | commenti (1)
domenica, 08 novembre 2009

Vuoi cambiare la tua vita con un click?

Vuoi cambiare la tua vita con un click?

http://isaac.guidasicilia.it/foto/news/cronaca/pistola_puntata_N.jpg

SPARATI!

(brillante esclamazione della Raffa,
mia esimia collegatrattinotutortrattinoprocacciatricedibiciclette)

Questo il mondo (e me le) fa girar alle 11:07 | spermaLink | commenti
giovedì, 05 novembre 2009

Suffumigi

L'immagine “http://art-history.concordia.ca/cujah/issue03/Concordia%20Undergraduate%20Journal%20of%20Art%20History%20(CUJAH)_files/megan_bradley.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Mi dissero "Oh, scommetto che tu un racconto alla Federico Moccia proprio non lo sai fare, povero coglione, non vali una cippa di cazzo del suo genio, visto che ora lui collabora persino con la Perugina? E tu?"
Risposi "Mmm, vediamo che si può fare, per quanto sia anche io del parere che Moccia sia assolutamente senza eguali". Perciò, SUFFUMIGI.

1. La biro.
Non aveva una biro.
Tutto il cazzo di problema della sua esistenza, riconducibile per estensione a quello stronzo cavernicolo che si era combattuto la vita e fottuto a morte tutto il giorno a calci e pietre contro un altro troglodita per poi sputare sangue sulle tette di sua moglie (per dire moglie, una qualsiasi della tribù), migliaia di anni di accoppiamenti e discendenze, e tutto sembrava venire a capo.
Ma ancora non aveva questa biro. E ciò lo mandava assolutamente in bestia, non riuscendo ad immaginare nient'altro, nessun paragone.
La stagnola, sì, quella c'era. L'accendino l'aveva comprato il giorno prima. Pane e vin non gli mancava, e nemmeno la roba. Quella ce l'aveva, sapeva per certo di avercela e, per dio, l'aveva, ricordava di averla comprata, e sì, era davanti a lui e la vedeva.
L'insalata era nell'orto.
Ma una biro, cazzo, quella no. Da nessuna parte, in nessun angolo della stanza. Niente.
La roba sì, la stagnola sì, l'accendino sì, la biro, no. Cazzo.
Possibilità di azione che rischiara questa altrimenti grigia giornata di novembre (sai, foglie che cadono, freddo che rattrappisce le mani, nuvolette di fumo dalla bocca al mattino presto, zero voglia di uscire, studiare, lavorare): comprare una biro.
Necessari: dei soldi. Problema secondario, se vogliamo minimizzare. Non aveva una biro perchè non aveva dei soldi. Non aveva dei soldi, perchè non lavorava, e i suoi non è che sganciassero ancora molto di paghetta, d'altronde già avevano voluto affibiargli un nome stupido, e lo trattavano ancora seguendo i dettami dell'anagrafe, ma poi saprete.
Stava bofonchiando niente in particolare o di particolarmente rilevante, a parte il solito giro di madonne.
La musica gli interessava poco, lo studio ancor meno perchè era da stronzi andare a sedersi in un posto dove ti dicevano di sedere, fare quello che volevano che tu facessi, e cosa peggiore, leggere e scrivere solo quello che a loro altri dicevano di farti leggere e scrivere, e alla faccia del faber fortunae sua, che cazzo.
Parlare, non è che lo facesse impazzire di gioia.
Mangiare sì, ma solo ai fini di sopravvivenza, e bere era una cazzata, ed era funzionale al sistema scolastico di cui prima.
Fondamentalmente, a Peter, 13 anni compiuti da qualche settimana, piace fare.
Farsi le ragazze, farsi le seghe, e farsi.
E non bada troppo al resto, ma d'altro canto, cazzo, se aveva scelto di vivere così un sacco di gente più sveglia di lui...

2. Pre-Testo
Il problema delle storie e delle persone risiede nel loro apparato semiotico. Nella loro testualità, e state pur certi, da quella non si sfugge. Siamo tutti testi, generati da una qualche complicatissima matrice, siamo variabili di assoluta unicità, ma calcolata a tavolino, non siamo cloni, piuttosto figure attanziali.
E siamo  anche tutti leggibili da qualcun altro, e interpretabili in qualche modo.
Ed essendo testi, conteniamo informazioni, di ogni genere, persino guide alla lettura di noi stessi.
Tutto sta in quanta informazione decidiamo di fornire, quante invece ce ne sfugge, quanta il nostro Lettore ne riesca ad inferire dal contesto o che.
Informazioni che non stanno solamente nella parola detta, o scritta, ma oltre. Informazioni che possono essere insufficenti, o in eccesso, e può essere per me-Testo, per te-Testo, per lui-Testo, un problema.
Un eccesso di informazioni crea nel Lettore un effetto di realtà.
Vede dei dati lampeggiare tra grafici, tabelle, caselle e formule di uno schermo, e dà per scontato che questi facciano riferimento a qualcosa di materiale, di esistente, di reale.
Di vivo.
Ma a volte, me-Testo, te-Testo, lui-Testo, possono scegliere di fornire esclusivamente il giusto necessario. Necessario: rispondere solo affermativamente, negativamente, e a spiegazioni richieste riferire solo dell'oggettivo.
Dire lo strettissimo necessario, e che il Lettore si arrangi, se la cavi da solo.
Siamo testi, testi pensanti, ma alcuni di noi-Testi, non sono certo dei cazzo di stupidi.

3. La compagnia.

Peter, ad esempio.
Non aveva una biro, ricordate?
Con una biro, sarebbe stato tutto più facile e bello, elementare e gioioso, avrebbe riscaldato il pezzetto di stagnola al centro, il fumo avrebbe cominciato ad uscire, come quando l'acqua bolle sulla pentola, e con la cannula della penna, avrebbe gustato la sua felicità.
Ma questo era già accaduto diversi minuti fa, mentre si stava parlando delle persone come testi: adesso Peter è in macchina, sta guidando verso una qualche parte, e mentre procede su una strada provinciale sta rimestando con la mano tra i suoi CD.
Ha una Polo Volkswagen amarena, dalla carrozzeria leggermente impolverata, probabilmente del '96-'97. Fischia come una sirena in pericolo quando vai troppo giù con il freno.
Ha un tergicristalli che quando piove gratta sul parabrezza come una gatta in calore alla porta.
Una fottutissima Polo, ma che lo conduce senza problemi dall'altro capo del paese, in una condizione mentale che va acchetandosi; le nubi nel cielo sfumano al carboncino in quella che pare la serata, il momento della contemplazione, solitamente del soffitto o delle sverniciature sul termosifone.
Si ferma e parcheggia davanti ad un chioschetto color zafferano, ed il pomeriggio va in stop motion.
Si avvicina ad un tizio barbuto con un cappellino e una giacchetta mimetica.
Chissà perchè, visto che lo vede benissimo.
- eh, moccio.
- eh, nano. Hai 'na penna?
- boh, vedo.
- eh.
- no.
- vabbè, cià.
- cisi.

La cartolibreria, esattamente dietro l'angolo, stava precisamente chiudendo in quel momento, proprio in quel preciso momento il proprietario stava tirando giù la saracinesca, meccanicamente, il suo corpo che si muoveva da solo, la sua mente che vagava, indefinita, un meccanismo meraviglioso di cui ognuno è dimentico e che viene lasciato lì in cantina, quando qualcosa ebbe uno spasmo, nelle percezioni di quell'uomo, e richiamò la sua attenzione verso un ragazzino dai capelli castano chiaro e una giubba di jeans foderata di pelliccia sintetica che, solo a qualche metro da lui, gli aveva gridato "OH!".
Nella sera, la fortuna di Peter lunge ancora da tornare dal misterioso luogo da cui proveniva, poichè conosce Clara.

4. La ragazza.
Vaga da un'ora o due per i non-luoghi virtuali di una chat del cazzo, sperando di trovare qualcuna che gli faccia vedere le tette la fica il culo.
Fondamentalmente, a Peter piace fare.
Cercare per guardare, guardare per possedere.
Ne trova una, ma ci parla qualche minuto solo per capire che non ne uscirà niente. E poi, lo snerva come a che il dover scrivere in linguaggio SMS anche lì, dove tempo e spazio ce n'è a sufficenza per scrivere ogni cosa per intero e senza troppi errori.
Spunterà quella cazzo di alba dell'avvenire, e in quell'alba dell'avvenire, una turbe decisa e composta di giovani prenderà a parlare per emoticon.
Questa vuole sapere da dove DGT, quest'altra troietta se Peter è M o F. Dire lo strettissimo necessario.
Spunterà quella cazzo di alba dell'avvenire, nella quale persino l'adorato turpiloquio morirà o, peggio, avrà le k.
E niente, in un angolo le chiavi della Polo, di fianco all'utilissima penna acquistata nel pomeriggio, quando...
Una foto.
Lei dà la schiena nuda all'obiettivo, nell'elegante spacco di un abito da sera presumibilmente scuro, perchè la foto è stata fatta in bianco e nero.
Potrebbe essere blu scuro, potrebbe essere verdone. I capelli, potrebbero essere neri o castano scuri.
Gli occhi, chiari, potrebbero essere verdi o blu.
Il sorriso, perfetto, potrebbe essere dedicato a chi le ha scattato la foto, ad un volto conosciuto, amato. Peter osserva attentamente.
Lei, potrebbe essere in linea, in quel momento, potrebbe star guardando il suo, di profilo.
La contatta. Stop motion, segue solo un rumore di dita sulla tastiera. C'è silenzio, quello stesso silenzio che accompagna il movimento di rotazione e rivoluzione dei pianeti. Parlano senza parole, al computer.
Lei si chiama Clara, ha 20 anni. Abita lontano. Quella foto gliel'ha scattata suo fratello.
Peter le chiede se lei se per caso se lo scopa anche, suo fratello. No, è la risposta. Allora niente, spera che vada tutto bene e che sia vivo. Clara chiede a Peter cosa fa nella vita, di dov'è, che musica ascolta, cosa gli piace.
Peter le racconta di quanto poco sia interessante la scuola, di quanto fondamentalmente serva solo a formare un individuo mediocre, se gli dice bene, o un cazzo di merdoso mostro sociale.
E cosa vuol dire, replica lei. Beh, è fottutamente semplice, mia cara Clara, spiega Peter.

5. La scuola.

Inizi gli studi al massimo delle tue possibilità e motivazioni, dice. All'inizio è tutto molto bello e semplice, numeri ed alfabeto, giochi e bambini. Ma ogni giorno di più, senza che tu te ne accorga, le cose, gradualmente, cambiano.
I magister non sono più tanto affabili, e pretendono dei risultati, o verrai punito, sputtanato, non ti integrerai e sarai da subito infelice. Anche se sei intelligente.
Non è la deriva, non è il caso limite, funziona così sempre, più o meno con tutti, o meglio, con tutti quelli che hanno quel problema: il pensiero autonomo.
Il pensiero autonomo, la critica, la replica, la ribellione, la curiosità, sono i veri nemici dell'apprendimento, che è essenzialmente, apprendi ad essere uguale, identico agli altri.
A vestire come loro, a parlare come loro, a vivere come loro, fino a pensare come loro, perchè è l'unica strada possibile. E gli altri coetanei, i furbi che l'hanno già capito, non perdono tempo.
L'istituzione scolastica è in realtà una guerra mirata alla cauterizzazione della malattia individuo, dice Peter. Clara tace.
E' una cura, un pharmakon. E non è finita qui: se per caso, continuerai ad ostinarti, a gridare "IO! IO!" invece che "NOI! NOI!", loro hanno la soluzione pronta per te, ben oltre i voti bassi, e altre cazzate.
Ti controllano interpretando il ruolo dei tuoi nemici. Ti istigheranno a ribellarti contro di loro, in primis, e poi contro la società intera, ti insegneranno l'unica cosa che davvero conoscono: ad odiare, ad ignorare.
Ti spingeranno a mandarli affanculo, ti daranno l'implicito messaggio che tanto quelle sono tutte cazzate inutili, i logaritmi, il De Bello Gallico, la biologia...
ti istruiranno solo ad essere ottuso e cafone, ad essere stupido e a covare rancore.
Rancore che ti porterai sempre dietro, o facendo lo schiavo sempre per i tuoi amichetti stronzi e secchioni, o sparandoti merda in vena, o dando fuoco a qualche zingara, o accoltellando tua madre o la tua ragazza, o lasciandoti, piano piano, giorno dopo giorno, lentamente, letalmente, letam-mente, morire dentro.
E' questo, il loro obiettivo. Merdosi mostri sociali creati dalla scuola dell'obbligo, come risultati di scarto ed esempio per un mondo in scatola di burattini a cui viene insegnato ad essere spaventosamente medi, fannulloni, bugiardi e gretti.
A tornare a dire "IO! IO!" solo a patto che questo "Io" sia stato riveduto e corretto.
Possedere per distruggere.
Interessante, dice solamente Clara. Ma come fare ad evitare tutto questo? Come salvarsi?
Beh, esiste un modo, riferisce Peter. La risposta equivale ad una scelta, allo scegliere di fornire esclusivamente il giusto necessario.
Necessario: rispondere solo affermativamente, negativamente, e a spiegazioni richieste riferire solo dell'oggettivo.
Dire lo strettissimo necessario. E se non basta, o se insospettisce, nascondersi, travestirsi. Fingere.
La verità è sempre nociva per chi la dice, e la libertà di scegliere conduce facilmente all'errore.
Mentire, inventare, aprire all'immaginazione. Raccontare storie. Essere pazienti, covare in segreto il proprio io, ed aspettare che passi la nottata.

Hai ragione, digita Clara, al termine di un lungo silenzio.
E questa nottata, passiamola insieme.


Alla memoria di David Foster Wallace e di Alda Merini. 22.32 05/11/2009.
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lunedì, 26 ottobre 2009

Come faranno i marinai

E cala la sera, qui a Reggio Emilia.
E rintanati nei domestici cantucci, vedi ognuno che in ogni dove spenge luci, televisori, candele, termosifoni, per insinuarsi nel proprio comodo giaciglio, serrare le sonnolenti palpebre e lasciarsi andare nel circolo della fiducia di Morfeo, il riposo dei giusti.
Così è, anche nell'Eremo, alla qualora nella quale noi, coinquilini e coinquiline, si va a fare la nanna. Fino ad una cert'ora, potrà anche darsi che qualcuno si alzi per bere un lattuccio conciliante o un affabile recipiente d'acca-due-o, e capiti di incontrare Dom in soggiorno, alle prese con l'alacre lavoro di progettazione
di nuove domestiche dimensioni di dinamico design narrativo, cioè Sims 3. Ma oltre, poco più del nulla.
Oltre, solo le auto che incuranti sfrecciano come lumi futuristi, oltre solo il raro latrare dei cani in giardino, oltre c'è solo l'autolavaggio.
Eppure, nell'oscurità, ancor non mi addormo, e pulsa cadenzato il cuore mio, oltre i suoi rattoppi e difficoltà passate e future.
Pulsa ancora, e non la smette, ragazzina delle bolle.
Chissà tu, cosa starai dicendo, o facendo, o a chi lo stai dicendo, o facendo, e cosa con chi.
Procedendo per esclusione, non con me. Evvabbè, è normale, sto qua.
Ed è in quel momento che il mio solitario letto dalle gialle coperte mi fa un sudo fischiare, fischio sudare, scudo fiscale, poichè solo il pensare a te mi dà il giusto tepore necessario, e mantiene le membra vigili nella notte senza luci di briciole, stelle di cardi, o altri possibili o psichedelici punti di riferimento.
Come faranno i marinai, come faranno.
Ragazzina delle bolle.
E' in una bolla che mi compari, ma una bolla d'un labile, e benchè tu sorrida, non ti leggo il labiale.
Ciò in principio mi fa incazzare, anche perchè le mie labbra vorrei appropinquare, ma!
Ecco che a un certo punto, mi viene in mente cosa dire.
Ragazzina delle bolle.
Quanto è strana la vita, ma quanto. La vita si, già è strana di suo, poi se ci si mette pure l'immaginazione...
Fossi qui, ad esempio, un pigro pomeriggio autunnale, verniciato da quei colori giallo-rossiccio-marrancioni che tanto caratterizzano questa caduca stagione, almeno così si dice in giro (io mi sono accorto che è arrivato l'autunno solo ieri pomeriggio mentre, in treno, osservavo attento i filari di mandarini: quello per me è l'autunno. Punto).
Fossi qui, passeggeremmo lungo le strade che portano all'Eremo, cioè tutte (l'Eremo per me è il centro di Reggio Emilia), e ti narrerei con tonalità troisiane dei cani che mi abbaiano da dietro i cancelli.
Cani piccoli, che quelli qui di casa sbranerebbero e scuoterebbero come pupattole in una frazione di secondo, specialmente Alice. Cani infimi predisposti uno in una via per l'Eremo, l'altro più avanti, presso il lungo fiume.
Uno nero, con il muso da lupetto, le chiazze rossiccie in gola, ribattezzato Seghino, che mi abbaia da poco, perchè teme il raccapricciante bestio mastino di fronte, di cui sono affiliato.
L'altro, ancor più insignificante, più avanti, davanti al lungo fiume, bianco e grande davvero come una bottiglia d'acqua da 2 litri rovesciata con le zampe.
Lui lo chiamo Seghetto.
E tu immagino rideresti di questa riclassificazione in base alla taglia da far impallidire Linneo, ma ciò poco importerebbe, poichè avremmo al nostro fianco tempo, tempo, tempo, da passare assieme.
Tempo in cui darci al teppismo urbano, magari rubando caramelle ai bambini: vicino dove lavoro, c'è un posto che è perfetto.
Una volta lì ci ho visto una ragazza poco più grande che li scherzava dal vetro, li faceva piangere, li derideva.
Subito mi sei venuta in mente tu, ragazzina dalle bolle.
E tempo da passare denigrando un passante dopo l'altro, sfotterne i modi di vestire, i tic, gli eventuali, più evidenti difetti fisici.
Tempo da passare in quelle attività in cui per ora mi dò en solitaire, ragazzina delle bolle.
Come faranno i marinai, come faranno.
Tempo per essere perfetti, in cui permettersi il lusso di esserlo.
Tempo di andare a dormire, per il momento. Buona notte.

Questo il mondo (e me le) fa girar alle 10:35 | spermaLink | commenti (2)
giovedì, 22 ottobre 2009

Il Sangue e La Neve - Anna Politkovskaja

Questo il mondo (e me le) fa girar alle 17:39 | spermaLink | commenti
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dalla cella imbottita di:

Utente: Petrof
Nome: de vermis mysteriis
"nu trmon d'Gotham City"
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