Oggi è il mio compleanno, ma essendo io uno a cui non piacciono le consuetudini, o i cosidetti clichè, il regalo ve lo faccio Io, affezionatissimi furbacchioni. La seconda parte di quel raccontino, reperibile qualche post più sotto (per chi fosse interessato a leggere tutto di un fiato, o per chi semplicemente ha bisogno di rinfrescarsi la memoria).
Leggete. E commentate, altrimenti libero le api killer.
Carta da pacchi- parte 2
Un rumore di tamburi lontani faceva leggermente vibrare l’accampamento, in una delle più nere notti di quel settembre. La fitta oscurità era però squarciata dalla tremolante luce di una candela, ormai quasi del tutto vinta dalle intemperie che anche all’interno della tenda cominciavano a farsi sentire. Sotto quella debole luce, una piuma danzava con movimenti soavi ma determinati, guidata dalla mano di un poeta che, suo malgrado, se l’era troppe volte lordata col sangue dei suoi fratelli.
L’occhio dell’uomo guizzava inquieto, temendo che, da un momento all’altro, qualcuno lo scoprisse.
Ai suoi piedi, un altro uomo in armatura, dai grandi baffi, dormiva ad occhi aperti, adagiato su un ruvido giaciglio tinto del suo stesso sangue.
Innervosito dal fruscio dei giunchi, l’uomo chino sul tavolino si affrettò, decidendo di tralasciare i particolari: il suo era un compito gravoso, difficile, e presto le sentinelle si sarebbero insospettite, e sarebbero giunte a verificare la ragione dell’insonnia del loro beneamato generale (che in realtà, osservò con una certa ironia, era alle prese col meritato riposo eterno del traditore della patria).
Finì dunque la lettera, senza risparmiarsi gli ossequiosi saluti all’imperatore, quasi che quella non fosse una missiva che lo avvertiva con urgenza di non recarsi ad Okinawa, ove suo cugino lo attendeva col sorriso sulle labbra e un pugnale dietro la schiena, e gettò un ultimo sguardo, colmo di disprezzo, verso la sua vittima, chiedendosi curiosamente se i morti sognassero.
Poi il vento mutò di colpo in burrasca, spalancando la tenda quasi del tutto.
E recando con se un nugolo di frecce, mortalmente precise.
Kiubasa si alzò di scatto, sudato e tremante come un bambino.
Non era la prima volta che la sua mente, seguendo chissà quale sentiero, lo immergeva in oscure e violente visioni del Giappone feudale, ma questo era talmente vivido, realistico, che lo avevo sconvolto fino alle ossa.
Anche perché il volto dell’uomo che era caduto sotto i colpi del suo pugnale (o dell’individuo inquieto e viscido che credeva di essere) assomigliava parecchio al ritratto dell’antenato, il glorioso soldato che aveva salvato la vita all’imperatore, smascherando un complotto sanguinario.
Ciò che lui aveva sognato, logicamente, andava contro tutto ciò in cui lui, come tutta la sua famiglia, aveva sempre creduto, ma questo non riusciva a tranquillizzarlo.
Il mattino successivo, Kiubasa, che non era riuscito più a riaddormentarsi, si recò al lavoro insopportabilmente nervoso, e il suo boss, che appariva sempre più obeso ed intrattabile, se ne accorse quasi subito.
Tra un cliente e l’altro, i due si lanciavano strani sguardi, colmi di un risentimento razionalmente ingiustificabile, e Kiubasa credette, follemente, di rivivere alcuni, drammatici istanti di quel terribile incubo. Quell’uomo che lui si era ormai convinto di aver ucciso, così pesantemente bardato, non gli sembrava tanto diverso dal ripugnante grassone che, con voce sommessa, proferiva contro di lui incomprensibili parole che difficilmente erano gentili.
La giornata sembrava rallentare, farsi lunga e faticosa più del solito, e Kiubasa si rallegrò non poco di aver portato con se i fogli che componevano il suo diario. Si rese conto che erano l’unico suo appiglio, l’unico modo per mantenere la calma, mentre intuiva di stare avvicinandosi ad una depressione, o ad un esaurimento nervoso, e già si immaginava, con le occhiaie e lo sguardo spiritato che aveva in quella tenda (che credeva di avere in quel sogno, si corresse immediatamente, che credeva di avere in quel sogno), in quella farmacia che aveva visto in fondo alla strada, afferrando nervosamente dagli scaffali antidepressivi e altre schifezze così.
Stordito da questi pensieri, anche mentre cominciava a scrivere a Tsubaru (che per la cronaca era morto di cancro ai testicoli da tre anni, ma questo purtroppo Kiubasa lo ignorava), Kiubasa sembrava pasticciare ghirigori sconclusionati, dando vita a brevi messaggi senza capo ne coda, senza un minimo di rigore logico.
Non si rese nemmeno conto che stava giungendo l’orario di chiusura, e il suo capo, irritato dal fatto che Kiubasa non aveva fatto praticamente nulla in tutta la giornata, servendo solo una manciata di vecchietti in mattinata, di tanto in tanto gli lanciava un’occhiata torva.
Così, l’omone, che tanto pesava quanto era meschino, prese la decisione, in quella tarda serata di metà settembre, di chiudere il negozio un po’ prima, autoconvincendosi che lo faceva per cominciare prima a fare l’inventario mensile in magazzino e tornare a casa in tempo per la replica della partita di coppa in nottata, ma in realtà, con tutta l’intenzione di punire Kiubasa, che pareva ormai febbricitante, e quindi, secondo lui, fatto di qualcosa. Cocaina magari.
Dio solo sapeva cosa questi gialli schifosi si portano dal loro lurido paese, assieme ai computer e ai fuochi d’artificio, pensò.
Così, si avvicinò, lentamente, con estrema cautela, alla porta del magazzino, e sbirciando, vide Kiubasa, di spalle, intento a scrivere, e che pareva parlare da solo nella sua “stupida lingua da scimmia”, e che ogni tanto, posava la biro per fare strani e preoccupanti gesti con le mani.
Spazientito, l’uomo grasso spalancò la porta, facendola sbattere vigorosamente, si avvicinò al ragazzo e, cogliendolo di sorpresa per lo spavento, gli strappò di mano i fogli che con un gesto repentino Kiubasa aveva stretto a se e li fece in mille pezzi, digrignando i denti come una belva.
Kiubasa rimase ad osservarlo per qualche secondo, con la bocca spalancata, sotto choc.
Poi, consapevole di tuffarsi a capofitto in una battaglia persa, gli si avventò contro, a pugni stretti.
Le lacrime scendevano copiose dai suoi occhi mentre il ciccione, dopo averlo respinto con estrema semplicità, lo aveva gettato per terra, e cominciava a prenderlo a pugni senza neppure trattenersi.
Rinunciando ad una difesa che non poteva certo definirsi efficace, Kiubasa subì una gragnola di colpi, terrbilmente dolorosi, allo stomaco e al volto. Il naso era irrimediabilmente compromesso, il labbro era già gonfio, sputava sangue sulla camicia dell’uomo grasso, riuscendo solo a farlo arrabbiare di più.
Le gambe gli tremavano, ed avvertì appena di aver urtato, casualmente, un armadio antiquato, messo in quel polveroso e umido bugigattolo da tempi immemori.
Si rese appena conto, quindi, che il ciccione, nell’attimo in cui bruscamente si fermava, gli lanciò un occhiata priva di espressione curiosa, quasi ridicola.
Dopodiché la sua fronte si macchiò di sangue, e crollò supino, andando a sbattere contro una sediolina. Riprendendo le forze, e riacquistando la ragione, forse a causa di tutte quelle botte, Kiubasa si alzò, col volto tumefatto e l’occhio sinistro bluastro e socchiuso, recuperò quella piccola sedia dietro l’impressionante corpo dell’omone, e si mise a sedere.
Fu allora che si rese conto di un particolare all’apparenza sciocco: sopra il vecchio armadio c’era un vecchio e pesante registratore di cassa, che ora era invece sul pavimento, rotto, a qualche centimetro di distanza dalla testa del bestione, rotta anche quella.
Kiubasa sorrise, placidamente, dopodiché diede le spalle a quell’orribile individuo, che per la prima volta da quando lo conosceva, non aveva nulla da recriminare, si pulì via il sangue dalla faccia con un asciugamano preso dalla minuscola stanzetta adibita a bagno alla sua destra, e tornò a scrivere.
Ne aveva di cose da narrare, al vecchio Tsubaru!
Oggi è il mio ventesimo compleanno.
Quindi, sono certo, che accadrà qualcosa di EPICO.
Come faccio a saperlo?
Perchè sarò IO a provocarlo.
Siamo polvere.
Viviamo veramente solo nei sogni, in cui continuiamo a volare, senza preoccupazioni, senza distinzioni, senza corpo, oltre lo Spazio e il Tempo.
Il dolore è transitorio, il tempo trascorso qui necessario.
Per diventare polvere, polvere di stelle.
CIAO TOMMASO
(1987-2005)
Dio c'è
ma dov'è?
non si sa
DOVE STA?

Penso dunque sono.
Penso di essere una brava persona, una casalinga rumena, un cavaliere medievale, un lustrascarpe londinese del 19esimo secolo, quindi lo sono (o forse IMMAGINO di esserlo nella mia mente).
Se lo sono, se anzi sono completamente calato nel personaggio, posso narrare le sue gesta, dire ciò che fa, ciò che pensa, comprendere il suo mondo.
Benissimo.
Ma il problema è: se lui pensasse di essere un altro? Se pensasse, ad esempio di essere me?
Se io fossi qualcun'altro che è convinto di essere me?
Allora chi sono?
Sono in grado di riconoscermi allo specchio, o l'immagine riflessa è di qualcun altro?
E se io non sono sicuro di essere chi sono, come posso sapere con certezza chi siete voi?
Una sola cosa è certa:
PENSO DUNQUE SONO.
DUNQUE SONO PENSIERO.
IL PENSIERO E' VITA.
IO VIVO. e sapete dove?
AD AcquaVIVA!!!!!!!
oggi fa caldo
"SONO OCCUPATA" di sabato sera equivale ad un rifiuto?????
e poi c'è chi mi chiama misogino. Non ho parole.
Solo pensieri. Grossi, cattivi e puzzolenti.
Ho scritto la prima parte di un racconto breve (già, che pigro). Niente di elaborato, e con uno stile ancora un tantino rozzo. Ma ci ho provato, e gradirei sentire cosa ne pensate. Fatemelo sapere nei commenti, vi prometto che NON vi verrò a cercare armato di arpione e macchina per conciare le pelliccie se ciò che scriverete non dovesse piacermi.
Carta da pacchi – parte 1
Kiubasa era stanco della sua esistenza. Viveva in Italia da ormai tre anni, ma non era gratificato da quella che i suoi parenti chiamavano “un’esperienza di crescita”. Era stanco di lavorare in uno squallido tabaccaio che odorava di urine e delle flatulenze del proprietario, un uomo robusto proveniente da un’albero genealogico non completamente allontanatosi, nell’evoluzione, dalle scimmie sue progenitrici.
Questo non garantiva a Kiubasa alcuna formazione culturale, né conversazioni interessanti, dato che ormai, parlava l’italiano in maniera più articolata e con meno svarioni del suo datore di lavoro.
Ciò era, ovviamente, foriero di problemi ed incomprensioni, che l’omaccione attribuiva a “quel fottuto giallo là”.
Kiubasa viveva in un monolocale abbastanza lontano dal luogo in cui lavorava ogni giorno, nella insignificante periferia di un insignificante paesino del Sud. In quel tugurio, oltre a chiudere gli occhi rimpiangendo la sua casa lontana, i ricordi d’infanzia e le meraviglie di cui era stato muto testimone da piccolo, Kiubasa scriveva.
Nulla di particolare, in realtà. Scriveva, indirizzandosi ad un suo amico d’infanzia, Tsubaru, di ciò che gli accadeva ogni giorno, o delle scene a cui assisteva mentre lavorava o nelle brevissime pause, delle storie che s’incrociavano con la sua, di quegli strani ed incomprensibili abitanti, con la loro “lingua locale”, dei comportamenti casinisti che Kiubasa non sapeva spiegarsi, delle loro bizzarre tradizioni che Kiubasa non comprendeva.
Scriveva di ogni cosa che gli passava per la mente, dalle riflessioni sulla vita e su quanto essa sia imprevedibile, complicata, difficile nella sua semplicità, alle più sciocche fesserie che gli venivano in mente appena alzato o durante una doccia, agli aneddoti che rimembrava, andando al lavoro di mattina presto, a proposito di ciò che lui e Tsubaru combinavano quando i genitori li lasciavano dal nonno, un fervido buddista amante del silenzio e della disciplina.
Scriveva, Kiubasa, riempiendo innumerevoli fogli di quella precisa eppure contorna grafia verticale.
Appena tornato dal lavoro, dopo l’ennesima sfuriata di quel becero ciccione, stanco e rattristato, rileggeva le ultime righe con cui aveva concluso la sera precedente.
E continuava…separava un pensiero dall’altro attraverso le date, l’orario, determinandone l’istante preciso, dopodiché di solito attaccava descrivendo il suo stato d’animo in quel determinato momento, e perché si sentiva così (di solito era sempre pieno di astio e di una stanchezza non tanto delle ossa, quanto dell’animo). Dal piano di sotto giungeva una musica, e lui, socchiudendo gli occhi, si lasciava trasportare, il suo animo la assorbiva, fluiva con quei suoni, seguendone le sonorità come correnti, ed ecco che nostalgia, commozione, sollievo, rabbia si alternavano in lui, ovviamente influenzando ciò che scriveva.
Perfino la grafia cambiava. La musica rock e l’energico risentimento verso quell’insensibile capo la rendevano rude, graffiata, massiccia, anche un po’ rozza, come una pennellata di Van Gogh. Suoni più soft e melodici ingentilivano i movimenti del suo pennino, rendendolo più preciso, forse anche un po’ più attento a non scrivere castronate. Le canzoni d’amore, i suoni struggenti e languidi facevano si che Kiubasa, trasportato dalle emozioni, si facesse più lirico, più introspettivo, come un poeta che abitava sulla Luna, ed allora la sua grafia s’ingentiliva, anche troppo, i frammenti della sua giornata divenivano colori soavi, apparendo sotto forma di haiku, ripuliti di ogni durezza ed imperfezione, e la sua vita si materializzava sui suoi scritti come uno strano musical.
Qualunque tono usasse, qualunque cosa narrasse al suo vecchio amico, Kiubasa sentiva che il momento migliore della sua giornata era quello: seduto su una sedia, illuminato dalla vecchia lampada tremolante, come le candele grazie alle cui il suo antenato, glorificato dal nonno, aveva luce sufficiente per scrivere i dispacci militari che avrebbero salvato un’intera dinastia da un complotto blasfemo, con quel vecchio pennino e una catasta sempre più alta di fogli in un angolo della scrivania di castagno appartenuta al precedente proprietario di quella piccola casa disordinata, lui scriveva, scriveva, scriveva. Tutto il resto diveniva una fotografia sfocata, un’immagine poco definita.
Scriveva del mondo, eppure il mondo, per qualche ora, per lui non c’era più.
Continua…………………………………..
Nuove generazioni(1):

Chissà perchè la musica non parte più...
Ieri sono stato ad Ostuni. Città magnifica, ragazze di più (se solo le avessi osservate meglio!). Ero ad un raduno di forumisti. Dovrei postare le foto, non appena qualcuno di cui non farò il nome (mio padre) non la smetterà di utilizzare lo scanner per fare qualcosa di cui non voglio parlare (mettere sul computer immagini di sederi) ed è meglio fermarci qui (culi di uomini, culturisti danesi). :)
E' stato molto sano, divertente e maturo. Ci siamo mangiati una pizza (sulla mia si era materializzata una strana X...forse i miei compagni segreti avevano bisogno del mio supporto contro Magneto?) discutendo di verità assolute e totalmente nerd. Non prima di esserci fatti un giro per Ostuni, con un anfitrione di eccezione: un elfo blu tedesco che si teleportava in una nuvoletta di zolfo e che ha da poco scoperto di essere il figlio di un diavolo di un altra dimensione spaziotemporale (ho avuto anch'io un problema simile lo scorso settembre...dopodichè mi sono svegliato e un tizio tatuato mi ha chiesto 70 euro sull'unghia!!!)
un esperienza interessante, comunque, che mi ha distratto dai miei problemi sentimentali. Infatti, Naomi mi ha chiamato poco dopo, e ha detto che la nostra storia era finita perchè aveva scoperto che la tradivo con Charlize. Dopodichè mi sono svegliato e lo stesso tizio tatuato di prima mi ha chiesto altri 70 euro.
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