

Last train of summer

A cosa possiamo credere dopo la guerra, quando tacciono le sirene, quando sentiamo di nuovo il nostro cuore, se non a niente…se non a tutto. (da Top10-the 49ers)
Stamane, presto: svegliato ripetute volte dalla puzza di vomito nel bagno, allagatosi alla “Venezia in una notte”.
Ci sono delle infiltrazioni, causate plausibilmente dall’umidità nell’attacco al pavimento, quando si intasa è un fottuto casino. Apro gli occhi ed è come se una scimmia mi avesse cagato in bocca e nel cranio.
Presumo che tutto il noumeno ponderi per l’opzione “mal di testa da sbronza”, ma col cazzo, è stata quell’orribile ultima-chance ciambella al bar di Mario.
Ieri io e joeprotagoras siamo andati ad Ostuni, al raduno dei forumisti, come l’anno scorso.
E come l’anno scorso, ho apprezzato davvero molto la serata nella città bianca, dove capitai per caso anche quest’ultimo capodanno. E’ un posto antico, ed evocativo, dà da pensare. Foto.
Ma non pensate che sia finita qui, per me e per joe…-e sulle sue disavventure obliteratoristiche o sul modo in cui si metteva il cappello figo house-pervert-house che mi sono portato appresso meglio non soffermarsi, anche perché basterebbe dire questo-…stipati come sardine al ritorno nell’InterCity Notte noto anche come treno-tonnara, di cui il mio compagno di viaggio e di bevute inspiegabilmente mi tesseva le lodi, giungiamo a Bari e prendiamo per il rotto della cuffia la coincidenza…salvo poi accorgerci che il malandato regionale su cui ci spappiamo fa 20 minuti buoni di ritardo…ma il puglia-trip notturno (quando cazzo vi parlerò di quello diurno nel Salento, a proposito?) a cavallo delle rotaie prosegue a briglia sciolta
(o solo “a sciolta” forse).
Rimpatriati, i desperados si beccarono immantinente con gli sdolcinati, stucchevoli che-ne-sarà-di-noi, a.k.a. la comitiva di mia sorella, adolescenti innamorati e/o speranzosi, future macerie dilaniate nell’allegro e colorato carnaio della vita. Nemmeno il tempo di perderci in saluti vari e formali ilarità che 1) joe si avventa su un’innocente et virginale verdeca ravanandola languidamente e facendo suo l’alcolemico contenuto
2) un tossico bastardo napoletano che per inimmaginabile casualità ha messo su famiglia fa la paternale ai ragazzi, colpevoli solo di chiacchierare ad alta voce. Poche parole ma confuse, che rivelano che questo tizio ha ancora le vene slargate, ma, se fossero vere metà delle cose che dice, su intossicazioni e bestialmente leporine chiavatone assurde per strada, potrebbe anche finire per avere la mia ammirazione…
oltre a un calcio nei coglioni.
Giunti anche i miei sodali, per l’immancabile team-up (in tema di fumetti), e a questo proposito chi picchia più forte, RadioEdo o mia zorrella? Siamo finiti a farci foto, a infastidire gli affini cani randagi, a farci sciocchi giri sulle giostre e, più in generale, a sclerare e a riscaldarci le gole con del tremebondo limoncello caldo fatto in casa. Sai, quelle serate in cui sei a zonzo e te ne fotti un po’ del mondo, di te stesso, e ti va solo di vedere che stronzata scema e divertente combinerai o a cui assisterai oggi…Insomma, foto di rito.
E mi sono anche io, orribile dirlo, ritrovato a pescare dall’iperuranico ribollire di ormoni truffaldini il cogito: che ne sarà di noi? Ma dato che poi nella mente mi è sfavillata la fottutintesta iconicità moderna di Muccino junior, eccovi la reazione corrispondente ad infame azione:


P_






Di ritorno
(consegnare il numerino alla segretaria e disporsi a pancia in giù sul lettino, prego)
E finalmente rialzo la saracinesca, giro il cartello e RIECCOMI QUA.
Che, avete sentito forse troppo la mia mancanza, avete vissuto con angoscia la mia assenza da queste lande desolate piene di balle di fieno, liquori a metà prezzo e pecore col sedere per aria?
mmm, non penso, impegnati come eravate nel baciare la sabbia, leccare il sole e parcheggiare i vostri morosi? (ho le idee ancora confuse...tipo sull'etimologia di vacanza, che dovrebbe significare assenza, attimo vuoto e che invece condensa così tanto da fare e conseguente stress che per riprenderci torniamo alla nostra affidabile, familiare routine? Mah...)
Ah, se questo post vi annoia, chiamate un parente, un amico perchè vi batta le mani di tanto in tanto per svegliarvi....divento pedante quando non scrivo da un po'....ergo non scassate il cazzo, leggete, e di tanto in tanto, clap clap. (e voi amici chiamati a svolgere questo compito, fatelo! clap clap)
clap clap
Bene, e non sbadigliare, stronzetto biondiccio e con gli occhiali, che ti ho visto, sai.
Perchè ora vo a descrivervi per sommi capi le mie vacanze, come le vecchie zie, ma senza stupide diapositive del cazzo, o forse si, quando qualcuno avrà potuto inviarmi qualcosina.

Un Clistere in Vacanza
(dose 0 – preparazione del composto)
le strade che conducevano alla stazione di Bari sembravano incendiate della calura estiva e di un fervore da angina pectoris, quel 2 agosto. La sigaretta di Dronzee disegnava strani mutevoli morenti disegni nel vento dal finestrino aperto mentre, cambiando marcia solo tre fottute volte, dalle zone di Sannicandro venimmo catapultati ad intravedere villa Romanazzi. JoeProtagoras ondeggiava i fulgidi ricci al ritmo di The Fat Of The Land, mentre due riverberi simili a lama tagliavano come piccole luci intense quelle 23,40. Erano gli occhi del Viaggiatore.Tutto questo poco prima che gli sbirri ci fermassero in via Capruzzi.
E quell’allegro cazzone di Joe era senza documenti.
Clap Clap.
Salutati i due sodali con un convivale skoll a base di buon borghetti, eccomi nel treno, dove realizzo, appena sistematomi, che mi dovrò spostare. Saranno forse la goccie di rugiada sulla mia fronte e in altre meno nobili parti del mio corpo, sarà forse il capotreno che mi intima di sloggiare dalla carrozza (da me prenotata) perchè fuori servizio, sarà che sono migrato da zona inagibile senza aria condizionata a zona agibile con aria condizionata guasta, chiamatelo intuito, chiamatelo come volete. Fatto sta che il treno parte, e io con lui.
Clap clap.
La notte passa, ci mancherebbe altro, ed eccomi a Roma Termini, tra millanta altri viaggiatori diretti chissà verso quale casa o utopia o qualsiasi sbronzissimo posto, mah. Leonardo Express (dove mi sono sentito straniero in patria, attorniato da masse informi che anelano turismo) e voilà, in incredibile anticipo sulla tabella di marcia, il Viaggiatore giunse già alle 10,30 a Fiumicino, pronto per il suo volo, tant'è vero che, corrompendo l'hostess attraverso la mantenuta promessa di ringraziarla pubblicamente per le vie dell'autostrada informatica (grazie hostess) volò su un mare blu sotto un cielo blu con una compagnia che fino a poco prima vedeva sorci verdi. Caleidoscopico a dire poco.
clap clap.
(dose 1 – approccio epiteliale)
Cagliari Elmas. Final-mente. Sono-giunto. Fa-cal-do. I silicici sodali sardi Quell’Uomo e Odin arrivano per ritirarmi. Nessun clismafilo comitato di accoglienza: il mio arrivo anticipato ha sorpreso la Provvidenza stessa. Ho il mio primo contatto con il lungomare di Cagliari e col comune di Quartu s.Elena, dove starò. Scopro che Quartu significa “città bene illuminata”. Il sardo, questa lingua dall’incredibile capacità di sintesi. Mangiamo in un fast food a Le Vele, discorrendo amabilmente come i Savi di Sion o gli appartenenti ad una Loggia Massonica, ma più vicini ai Tagliapietre che alla P2. Dopodiché, sosta rilassante da Odin e nel pomeriggio vengo accompagnato in hotel. Qui va ad incominciare una sorta di storia parallela, vera nella sua sostanza, ma con larghi margini interpretativi.
In pratica vi dico ciò che voglio dire e sta a voi capire ciò che volete capire…che, vi siete già addormentati?
Clap clap clap clap.
Il Viaggiatore uscì per strada, diciamo al cazzeggio, nulla aveva da fare, e subito fuori il cancello vide Lei.
Costei stava fissando tre energumeni su una panchina per ragioni ignote. Ma rivolse la parola a lui, che le si appropinquò. Timidamente pensava che egli avesse in qualche modo a che fare con quei sottospecie di Herculoids. O chiedeva protezione, o aveva ascoltato troppo una vecchia pessima hit di Phil Collins.
Fatto sta che il Viaggiatore e Tulip, poiché così egli credette lei si chiamasse, si incamminarono per i vari giardini e viuzze, affidandosi alla casuale rabdomanzia del ragazzo più che al senso di orientamento.
Alla fine, dopo molto chiacchierare in base a differenti metri di giudizio, che svelarono tra l’altro che i due erano alti similarmente e portavano lo stesso numero di scarpe, il Viaggiatore fu invitato a salire a casa di lei, che gli diede un dentifricio, poiché di ciò necessitava. Per un lungo tardo pomeriggio che si protrasse fino alle 22 circa, fu possibile quantificare il loro universo su una banalissima panchina.
Clap clap clap
Svegliatomi da un lungo pisolino che mi aveva spedito in una specie di trance sciamanica, mi reco ai chioschi (localetti sul lungomare che va da Quartu al capoluogo, molto vicino) con QU, Odin, sua sorella Nanako e la ragazza di QU (Quella Donna?), ma la pioggia affacciatasi a Fiumicino pare avermi seguito fin qui (ebbene si ! Ho portato l’acqua in Sardegna!) che mi ha quindi prescelto come suo fantozziano gregario, ci costringe a riparare in un pub crucco, dove mangio salsicce sperando che non mi perseguitino durante la notte (una pia illusione) e intrattenendoci parlando dei Griffin. Solo di notte mi rendo conto che Quartu è davvero bene illuminata: di giorno c’è una luce naturale incredibile che rende ogni dannato colore acceso, filtrata dalle fronde degli alberi, di notte l’illuminazione elettrica dei neon è vagamente metropolitana, e noi stessi non possiamo che illuminarci di immenso sbavando come incontinenti perché da una vetrina salta fuori in reverenziale esposizione (!) nientemeno che un Commodore 64 (!!!). Cazzoooooooo!!!
Clap clap clap

Deliri notturni mi rendono capace di avvertirmi con tutto il corpo nel sole. C’è una spiaggia, un paesaggio meraviglioso colmo di dettagli frattali, ma cazzo sono troppo miope…e il Viaggiatore e Tulip sono a Cala Figueira. Non credo che qualcuno avesse mai pensato a una cornice di scogli dove costruire il proprio endroit. Tulip svela al Viaggiatore che il suo passato è legato a quel posto, tanto più che lì ci vivono e ci hanno vissuto membri della sua famiglia, tanto più che suo padre era solito farle fare il bagno nei pressi di una zona militare dove c’entravano qualcosa gli Americani. Tanto più che quel posto portava il suo vero nome. Un luogo di legno, recintato da scogliere, fondato su pietre e alghe, e mare, che se ne fotte di limiti e addomesticamenti, e tende all’infinito, e non esiste numero sufficiente.
Sembra che mangino dei panini, al crudo, al cotto, e che vadano sul materassino, pelo pelo all’acqua, mentre il corpo di Tulip inizia a colorarsi di un rosso accesso.
Timidezza? Emozione? Non direi. Scottature da sole bollente? Ecco, temo di si.
La luce del pomeriggio si riverbera sulle saline, facendole baluginare di un abominevole tonalità rosa, e sui fenicotteri, che sarebbero bianchi se non seguissero una particolare dieta.
Clap clap clap

(dose 2 – lubrificazione e pressione superficiale)
Per due sere di fila, i chioschi diventano la mia meta, in tandem con Odin, e poi, un magico sabato, per assistere al concerto dei Meganoidi, in compagnia anche di QU, sua cugina e sua ragazza.
Per l’occasione non potevo non infilarmi la maglietta di Wolverine, che mi accompagna sempre quando sono pronto per colpire a calci in culo il globo terraqueo. Attesi almeno un’ora e mezza per la scontentezza dei più, introdotti da un gruppo spalla di negramariane reminiscenze, con l’eccezione che, sarà anche calvo il frontman, ma non si agita come sotto l’effetto di LSD e kalhua, non ha copiosi e fluenti esplosioni orgasmiche mentre si esibisce, e soprattutto non cerca di pomiciarsi il bassista (alquanto schifato).
Il pubblico entra in fibrillazione all’arrivo della band genovese, aspettandosi forse qualche vecchio pezzo del periodo ska (“vogliamoooo supereroiiii contro la municipaleeeee” berciava qualche scimmia) ma niente da fare: era il tour promozionale dell’ultimo album, e poi quei pezzi commerciali, per loro scelta, i Meganoidi non li fanno più. Chiudono però con Zeta Reticoli, che in qualche modo si incide come la song della vacanza nella mia sovraccarica ipofisi. Dopo i salti, il sudore, le urla a squarciagola di me infervorato, e anche il pogo con punketti e ragazzini sotto il palco, QU e Odin vanno a fare un saluto alla band, che avevano già conosciuto, e si fanno autografare il manifesto di Granvanoeli. Io ho il piacere di starli a sentire, e non posso che rispettare un gruppo che decide di comunicare invece che seguire le tendenze, rischiando sulla sua pelle perché semplicemente, si autoproduce. E non perde occasione per lanciare secchiate di merda ai critici dei vari Rolling Stones e altre fanzine patinate. “E’ evidente la svolta punk rock” disse un giornale di musica delle mie parti “È evidente che non avete capito un cazzo” gli rispose Luca Guercio (fantastico!)
Clap clap clap clap clap clap clap
A Cagliari mi ci sono recato una mattina con Odin, sempre immersi nei nostri trascendentali discorsi su fumetti e cinema e cinema dai fumetti e gran fighe e cinema nelle gran fighe, ma non solo. Ho goduto dell’alta vista del Bastione S. Remy e di una passeggiata in questa città che è un saliscendi e, cazzo, è davvero una città del Sud, devo dire. E ciò mi felicita perché da casa non mi sento poi tanto distante.
Ad Odin e alla sua famiglia poi, devo anche altri ringraziamenti perché, terminato il mio ciclo nell’albergo, mi hanno permesso di non dormire in compagnia del barbone agente segreto CIA che mi fissava, ma in casa loro per una notte. E di avermi tenuto in fresco la bottiglia d’acqua senza la quale probabilmente mi sarei disidratato e trasmigrato tra i generi di conforto ai bimbi africani, spacciato per latte in polvere.
Clap clap clap clap
Il Viaggiatore, intanto, era in fase di trasmutazione, diventando pressoché un Sedentario. Non era colpa sua, e nemmeno colpa di Tulip, ma tacitamente la cosa andava bene ad entrambi, il non dover uscire. Il Viaggiatore ne approfittò per collegarsi sparutamente alla ragnatela informatica e per fare la conoscenza con il cane di Tulip, che arbitrariamente denominò Gianfranco, perché come suo cugino in giovanissima età anche il quadrupede pareva affetto dalla sindrome di Tourette. Quando Tulip cominciò a riprendersi dall’effetto dei raggi UV, e di preciso quella domenica, i due si diedero un paseo per l’ormai decantata fino alla nausea città bene illuminata (clap clap clap clap) e si gustarono un gelato, e poi vuolsì cosi colà ove si puote ciò che si vuole ma a beneficio della comprensione umana più non dimandare.
(questa citazione doveva andare da qualche parte)
Fin da Cala Figueira, Tulip aveva regalato al mondo rare perle d’involontario e ameno humour come quando, indicando un corpulento ragazzino al Viag. aveva addetto “quel bimbo ha le piaghe” causando una celere fuga del suddetto dalle acque, temendo una pandemia di lebbra, o quando, discorrendo a proposito di Johnny Depp, ci inserì nella filmografia anche “la Valle Incantata” ove, va puntualizzato, faceva la parte di Piedino.
Poliedrico, l’ho sempre sostenuto. Clap Clap.
(dose 3 - flusso e deflusso)
Arrivò dunque il giorno di fare le valigie…per il momento. Ma prima di saluti e convenevoli, “arrivederci” e “magari ci torno il prossimo anno”, un tram mi tagliò la strada; era quello che portava il Viaggiatore e Tulip a Cagliari, dove si recarono a Parco S. Urpinu e proseguirono nel bizzarro compito superiore di rinominare le bestie. Fu così che vennero fuori la Tartaruga Indifferente della famiglia delle Wachowski Twins Turtles, Aldo Giovanni e Aldo e il cigno punk Pricio, di cui presto godrete delle strazianti vicende.
Dopodiché scattò l’ora di dare ascolto a un organo troppo importante per chi viaggia (la vend’!) e per lo shopping, che un destino palindromo volle svolgersi a Le Vele.
A quel punto, l’ora dei saluti fu davvero prossima…il Viaggiatore, travolto da affetto e ospitalità fuori dal comune in quella settimana d’incipit augustale, ricambiò con un affettuoso invito, non solo la sua bella Tulip, ma anche la Signora che Gli Aveva Acconciato le Basette e il Signor Zorba, troppo carini, raccomandando tanti saluti al peloso Gianfranco, che forse non avrebbe capito…o forse si, gradendo.
Clap clap clap.
Stavo correndo a perdifiato, e verso il traghetto sbagliato. Fortuna che un dubbio si era insinuato in me: è improbabile che un vascello con un’enorme scritta che dice “Napoli” vada a Civitavecchia.
Dall’alto del ponte, valigie in mano, la frizzante aria di mare impasta i miei polmoni di sana melanconia.
E mentre il ferryboat va, guardo i protagonisti di questo stralcio di storia, a salutarmi sul porto tutti assieme, e mi accorgo che il Viaggiatore pare essersi deciso a rimanere. Ciò mi sorprende ma fino a un certo punto.
Li guardo rimpicciolirsi alla velocità di un sogno, fino a che non saprei dire nemmeno che mi salutano, sono pixel su una pagina troppo variopinta, osservo l’immagine d’insieme fino a che non distinguo più niente e nessuno.
Clap clap clap

Guardo la costa sarda col sole che è l’ultimo a farmi un cenno di saluto, ci bevo su una Ichnusa, e sono assurdamente felice, una cosa che non mi permette di scrivere come vorrei, ma chi se ne fotte.
Apro la valigia e qualcosa mi sorprende davvero. Non è ciò che manca, però, a sorprendermi.
Ma ciò che mi riporto indietro. E non parlo solo del DVD degli Incredibili.
E’ buio, il sole ha esalato l’ultimo sospiro, così come l’ultimo sbuffo dell’ultima sigaretta si dissolve nel vento. Mi accoccolo su un divanetto, l’aria condizionata non manca. Sento come un assolo di Portnoy da qualche parte nelle screziate caselle della memoria, poi la musica muore, ma solo per un istante.
Ouverture 1928//e titoli di coda.
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