REDIT: 26/05/07:Questa clip mi ha perplesso. Per le storie che è stata in grado di racchiudere. Sordide, casuali, nevrotiche, anche un po' necrofile, ma autentiche. Perchè quello che sto per scrivervi è reale.
L'antefatto ci riporta a quando Dronzee mi fece ascoltare questo pezzo per la prima volta, da patito della drum'n'bass quale lui è: subito mi colpì il sample iniziale, la voce di un tizio che informa l'altro tizio sulle caduche condizioni del proprio figliuol. Non che mi sconvolse, solo pensai : "cazzo...DJ bastardi!" Sulla falsariga dei produttori di questo limpido e crudele gioiello in bpm, creai la clip.
Nemmeno il tempo di postarla, che mi arriva questa mail:
hi my name is Laila.
and i saw that you did put a short version of the mister kirk track on youtube yesterday.
and im searching for this track for almost 3 years now on the internet but i cant find it anywhere (....)
maybe if you have it and if you want you can send it to me tru msn or hotmail. if you want to do that for me you will make me so happy cause this track reminds me of my friend who died 4 years ago in a carcrash.
and this track make me feel like he's with me again.
Sobbalzo, e mi autoconvinco che sia una sottospecie di scherzo. Come si può ricordare una persona cara scomparsa tramite un brano house, e soprattutto, uno del genere, che poggia sulla beffardaggine della morte per sballo, e sullo sgomento di un genitore? A parte un nequitoso desiderio necrofilo, non vedo altre possibili interpretazioni. Ma accetto. Contatto questa fantomatica Laila e le spedisco la canzone, poi le richiedo i motivi con un fare indagatore. Lei mi parla di questo suo amico, di quanto fosse legato a lei, di quanto andassero fuori di testa, nella macchina di lui, ascoltando questo necrologio funk che suonò per la prima volta nei loro clubs nel lontano 1989.
Laila è di Amsterdam, e questo spiega molte cose. Droga e peep show non centrano stavolta, il fatto è che la cultura giovanile di lì pone da sempre al centro della vita sociale l'evento del rave party. Non è tipo una celebrazione pagana dell'istinto o cazzate così, è solo una cosa diffusa, sicuramente organizzata e tenuta meglio delle imitazioni diffidabili che si fanno qui, fosse solo perchè loro ascoltano meno merda fritta.
MI parla del Dancevalley, 40 000 persone sotto il sole di Luglio che ballano per un giorno intero sorrette immagino solo da alcol e pura chimica, apprendendo che io sono italiano, mi informa che sta mangiando una paste (che potrebbe benissimo voler dire che sta ingerendo della colla, per quanto ne so).
Ma io già non la considero più, anni luce mentalmente mi separano dal punto zero che ha originato tutto ciò. Chissà se la monocultura di cui siamo diventati felicemente succubi arriva a questo tipo di slanci. E chi se lo sarebbe mai aspettato che ci possono essere dei sentimenti umani, nel pulsare dell'elettronica.
Starring: Richard, che si prodigò ai fornelli; Joe Protagoras che mise a disposizione la sua angusta abitazione e la fotocamera;
Angioletto che ne benedì le pagane mura con sagaci elicate (di birra, ovviamente);
il vostro affezionatissimo che diede quel tocco di classe attraverso eruttazioni sonore e, come potete vedere, si prodigò di evidenziare, a vostro beneficio, i momenti salienti di quel venerdì notte così pulp.
P_eace
Fu la domenica sera più frattale del mese.
Non so se avete presente quelle strutture grafico-matematiche che racchiudono le loro stesse minuscole copie, in un succedersi infinito. Le puoi osservare con una lente d'ingrandimento, ma non ti ci incaponire: non muteranno mai di forma. Autosimilarità.
Ci avevi provato, a cambiare forma. E di solito si parte da niente: una Fischer.
Poi, una sorta di fattore inerziale torna a condurti nel sempre solito bar, con i sempre soliti avventori, dove sai benissimo che al sempre solito orario (circa le 23) il proprietario comincerà ad urlare a squarciagola, comunque convinto di parlare ad una tonalità, se non normale, almeno tollerabile alle orecchie altrui.
Non ce l'ha con te, ne con nessuno in particolare; Autosimilarità. E' lì che un impalcatura in te cede, e ti ritrovi a rimuginare su quale sia il motivo particolare di qualsiasi cosa. Persino di una pila di sedie. La moglie del proprietario informa te e le persone in tua compagnia che ritinteggeranno il locale, durante questa settimana. Chiusura temporanea. L'illusione del cambiamento è la perpetrazione della perpetuità.
Mentre ti interroghi su come intenderanno sostituire quelle ormai smorte tonalità pastello, altro alcol, e tanto, si appiccica simbioticamente ai tuoi robusti globuli rossi. Vodka Tequila Lemon.
A quel punto, la ribalta: non fosse che ti fa fare gesti folli e ti porta a gridare come un ossesso offese rivolte a chiunque, l'alcol avrebbe fatto di te uno tra gli uomini più saggi sulla superficie.
Poi ne succedono di tutti i colori, più che altro scuri: suoni la carica stile settimo cavalleggeri, ma senza alcuna tromba, che non sia un inno rauco che fa Stronzi Stronzi Stronzi Vaffanculo meravigliosamente rivolto all'autocelebrativo fighettame fuori da un altro bar. In mezzo a sguardi attoniti. Una vita senza amore generalmente ti confonde le idee. Per fortuna che ho la rabbia, a salvarmi l'anima.
Ma la rabbia può mutarsi in allegria, di colpo, se riesci a non pensare alle conseguenze.
E ti stendi su un prato per un attimo, e ancora a squarciagola ti rivolgi, se non al mondo, ad uno stuolo di vecchietti basiti. A quel punto, ti rendi conto di quanto tu abbia sbagliato, ogniqualvolta sei stato fermo, zitto, e buono. A quel punto, quando alla tua anima crescono le zanne e gli artigli, quando il tuo spirito si ricopre di un istintiva peluria, parti all'attacco contro ciò che ti fa schifo. E NON scusatemi lo sfogo.
A quel punto, il passo definitivo dopo la scintilla di rabbia, e l'ebbrezza dell'allegria, è la messa in discussione di tutto ciò che credi, che credono gli altri, che tu sia. E' la messa da requiem alle cazzate.
Immagina che accanto a te, qualcun altro stia aggredendo la sua stessa identità; immagina che qualcuno che conosci e stimi a un certo punto decida che non importa come e dove, vuole possederti, perchè senza possesso nulla ci è concesso. Cioè in pratica ti si avvicina un amico e fa: voglio scoparti.
A quel punto, scatta la vera messa in discussione di entrambi: è una guerra di A contro A e B contro B.
Mettete da parte ogni cosa, oltre, che ne so, le scarpe: l'affetto, il rispetto, l'amicizia. Autosimilarità.
Lui gioca d'attesa perchè sa che solo attraverso una contromossa rapida è in grado di spezzare le tue resistenze. Attende l'errore e da lì vuole concentrare il suo dominio. Da lì te ne rendi conto: Sta giocando. (o forse aderisce a quest'iniziativa ed è così fottutamente disperato che gli va bene addirittura il tuo sederone peloso, visto che non c'è proprio nient'altro in giro). Tu, invece, non prendi in considerazione più nessuna possibilità: solo non devi piegarti. A niente, a nessuno. Per te è lotta vera, il nemico sei tu stesso. Aggredisci come una bestia cerca di mordere il cacciatore, tutto per tutto, non hai regole, ogni bersaglio è valido. Da lì te ne rendi conto: niente importa, a parte l'affermare la tua esistenza. E' la tua stessa religione, per essa sei pronto a tutto.
Non sarai capace di andartene senza prima gridare qualcosa.
Non vorrai mai sottostare in silenzio alle regole di qualcun altro.
Non imbraccerai le armi per nessuna rivoluzione, perchè non c'è nulla di più squallidamente conformista al mondo che cambiare le cose per farle rimanere immutate.
Non farai mai nulla che non abbia la forma di un frattale, coerente e coeso in ogni suo aspetto.
Non crederai mai in nulla che prima non ti somigli.
Qualcosa mi frullava nella testa, sin dalle prime luci di questa mattina; giornata campale, cominciata con un treno perso a causa di un controllore detentore del dono supremo di evidenziare l'ovvio ("le porte sono chiuse" eh si, com la scoffol'du pccion d'mamt, come sono soliti dire a Nantes), proseguita con un bulldog che faceva l'amore col mio storico zaino rosso (ora ne sto rimirando i succhiotti bene in evidenza) e culminata con i casting per il nuovo cortometraggio di me e del compare Caballho (ahimè in fase ay querido desaparecido, e speriamo ne esca immantinente) e di una pletora di altra gente.
Ma, come recita l'incipit, qualcosa continuava a frullarmi nella testa; una brezza gentile come respiro di fanciulla, o quello che il linguaggio della poesia prontamente ci descrive come un assonanza.
A che fare con questo sfuggente cogito, Nick Cave, di cui sono fan praticamente da quando deambulo
e quell'adorabilmente smargiasso e osceno sacco di vermi di nome Oogie Boogie che ho imparato a conoscere e ad amare meglio da quando una certa adorabilmente celeste creatura sottopose Nightmare Before Christmas alla mia attenzione.
Ora, non è che voglio andare a individuare l'influenza che può aver avuto la musica dell'asso australiano coi suoi Bad Seeds nell'opera burtoniana (anche perchè sono sicuro che ce n'è a un soldo la dozzina), soltanto che....ok, sto zitto, avverto insofferenza in voi....sentite come sembrano andare a braccetto...
Qualcuno ha forse detto stacchetto? Perchè l'effetto è che mi fa è proprio quello.
Ballerine in paillettes agghindate come Jack Skellington...porca miseria.
Questo si che decreterebbe la fine della fottuta era dell'Acquario, gente.
E se la cosa vale solo per me, perchè, come aggiungereste con sagacia, mi drogo etc. ,sentitevi liberi di farmelo notare. Con il più sornione dei sorrisi, vi narrerò della luna e di certi sciocchi che sorpresero a fissarla.
Date una sola cosa per scontato, nella vita: la SCELTA.
Non importa con quante stronzate possano ammorbarvi durante gli anni del catechismo, o, peggio ancora, quei cadaveri eccellenti che vi racconteranno, dai libri, storie di ineluttabili destini. Sono tutti degli stronzi.
Quello che noi chiamiamo fato è semplicemente una concordanza di fattori, vale a dire una sfortunata serie di eventi, il più delle volte ascrivibili comunque all'azione umana. L'enfer c'est les autres. Il fato sono gli altri, più che altro, le scelte altrui.
Quando così non è, alla radice c'è sempre qualcosa di nostro: un comportamento, una frase, un desiderio inespresso nella caducità dell'attimo, un senso di fastidio.
Il movimento dell'uomo nel tempo e nell'ambiente si muove su due livelli, entrambi derivati da scelte. Tutto deriva da ciò che ci fanno e che non ci fanno, da ciò che facciamo ma spesso anche da ciò che non facciamo.
Ad esempio, qualche giorno fa, io avrei potuto prendere la bici per raggiungere casa di Dronzee, ma, esercitando il mio libero arbitrio, ho preferito una salutare passeggiata. In cui ho incrociato Joe Protagoras, per un caso fortuito. Con lui, Donnie e il loro nuovo bassista (etilico) dei Synapsis. Ma anche un ben noto barbone del mio ormai-quasi-ex-lasciato-alle-spalle-senza-troppi-patemi
ameno paesiello. Il quale, Venerabile Savio o Veramente Squagliato, ha recitato la filastrocca che rappresenta in qualche maniera il diffuso desiderio di evasione dal grigiore della realtà, verso altri toni di grigio, e faceva così:
Voglio una cattedrale di fumo con un portone di fumo le scalinate di fumo e un cavallo di fumo delle scarpe di fumo e anche una donna una donna di fumo con una fica di fumo
Passa in quel momento il buon Ottano e si propone di accompagnarci in automobile alla nostra destinazione. Salito a bordo, subito qualcosa mi puzza: inutilmente prego che Joe si sia cagato addosso. Niente da fare, era la mia scarpa sinistra. Merda. Merda. Merda di cane.
Scheggio immediatamente fuori dal veicolo e, con l'ausilio di alcuni fazzoletti e di una fontana, pulisco l'oggetto incriminato, pensando A come ormai in questa cazzo di fogna di Acquaviva delle Fogne i cani randagi siano talmente viziati da permettersi pizza per cena; B quanto tutto questo sia stato condizionato da una mia SCELTA. Ma è anche bello sia andata così.
Immaginate un cane che pesta le vostre, di fumanti feci; non vi è dubbio alcuno che si risenta, cazzo.
Anche perchè ultimamente, per quanto mi riguarda, sto abusando di maionese, e voglio dire.
Non che la usi come condimento, è giunta a quel livello dove per farla spruzzare via dal tubo bisogna farle mezzora di antistress (avete presente quello che siete soliti fare dopo che lei vi ha mollati per un altro?); per questo motivo, svito il tappo, ci infilo un coltello, tramite il quale la estraggo e con perizia la adagio (stile Samuel Barber) sull'apposita fetta di pane.
Di meglio non ce n'è; anzi forse si.
Gustarsi il meritato e succulento panemmaionese spaparanzato sulla mia poltrona spaziotemporale con l'insulsa speranza che qualcuno si senta in colpa al posto mio per quanto io stia meglio dei bambini del Burkina Faso con le mosche al naso (malaugurata la SCELTA dei loro genitori, peggiore ancora di chi costringe da più di un secolo l'Africa nell'abisso della guerra, dell'AIDS, dell'ignoranza, di Milingo...) e con la bramosia di un giorno poter dire a qualcuno:
"Massimo Carlotto è uno da cui ho imparato molto, a livello di strutture narrative; il film di Michele Soavi è semplicemente, registicamente, un piccolo capolavoro (...) nei miei più silenziosi incubi ho incontrato i 30 Seconds to Mars all'Overlook Hotel; io con tua madre ci sarei pure stato, ma tua nonna era gelosissima, guarda"
Ero sul binario, attendendo Dronzee, con la mia personale zavorra di panini alla frittata e bottigliette d'acqua, a pensare a come si fosse giunti alla decisione di andare al concerto del 1 maggio: tutto aveva avuto origine da un idea avuta in questi due giorni; e per assurdo, defilatisi per loro ragioni i veri propositori, rispondenti ai nomi di Janisgb e Tunello, a partire sarebbero stati outsiders come me e Dronzee, new entries come Meggy, e accoppiati amici di mia sorella, anche lei partita alla volta della capitale, come NAM e Gi con le loro fidanzate, sorelle tra loro. Viaggio
Il primo passo per uscirsene fuori dal normale, per dirla alla Marlene Kuntz, è da riscontrare alle sguaiate risate del mio sodale di viaggio alla stupida pantomima ispiratami da un monito di mio padre "statevi attenti che sul treno ci sono quelli col gas soporifero". A Bari stemperiamo l'attesa per Meggy e per il treno con un kebab, che proprio non voleva saperne di starsene fermo sulle pareti del mio stomaco.
Finalmente riunitici, ci inoltriamo nella fiumana di persone covanti l'ingenua ed arrogante speranza di occupare il treno, e biglietti alla mano, non abbiamo problemi dal capannello di poliziotti e capitreno, mentre alle nostre spalle piovono su costoro le invettive e gli insulti della massa. E' uno sporco lavoro.
Nelle carrozze-bestiame dell'Intercity-Incubo, ci dobbiamo dividere; io Meggy e Dronzee in uno scompartimento, gli altri 4 più avanti. Il treno è sovraccarico di persone, euforia mista a nervosismo, l'atteggiamento spocchioso di un controglione ("noi siamo un azienda privata" che suona come un "non siamo tenuti a farvi viaggiare comodi o tantomeno a che voi arriviate vivi a destinazione") aiuta ben poco.
Ma tra chiacchiere senza freno con Meggy, la cicca accesa che si infila bastarda nello spacco del sedere di Dronzee, e qualche sorso di lambrusco, riusciamo a partire. Odore di sudore e sensimilla, soporifero.
Il treno si carica di gente in maniera esponenziale, mi viene un attacco di insonnia del deportato ed invidio chi davanti a me è all'ottavo sonno. A Bisceglie vedo caschi blu e manganelli, smaniosi di regolare l'afflusso di persone. Tra Barletta e Foggia scoppia una mezza rivolta; poi io e Meggy ci autosuggestioniamo che il treno stia tornando indietro, mentre, e dovrei saperlo io, cazzo, semplicemente prende lo scambio verso la Campania. Sono 3 passate, e nonostante tutto, sono ancora zen come una pozza d'acqua, il cui equilibrio può solo venire turbato dal lancio di sassi che ne producono onde concentriche. Quando l'incognita sasso va a increspare la superficie del sistema pozza d'acqua, producendo onde che vanno dal suo interno verso l'esterno.
Contemplo il paesaggio fino al mattino, pensando a quanto in definitiva sarebbe stato meglio nascere airone, poi mi dirigo con fatica verso il bagno, in direzione del quale gli altri profughi che scanso mi informano che ho un colorito cadaverico, o come dicono loro "bianco bianco latte latte". Roma A Roma Termini veniamo accolti da mia sorella e due sue amiche; una decina di metri più avanti Meggy si ricongiunge col suo ragazzo e rispettiva cricca bolognese. Loro, il treno sono riusciti ad occuparlo. Una volta nella capitale, rimembro che ho la bellezza di tre promesse da mantenere, e ho tutte le migliori intenzioni. Con la metro raggiungiamo il colosseo, dove i bolognesi decidono di sostare. Ma io non esiste che mi fermi, non con una missione da compiere; così, con sorella, amiche, coppiette, Dronzee mi precipito in direzione Piazza di Spagna; lì, tra un paio di panini, Dronzee in versione Dorian Gray, e gli altri in versione stanchi di vivere, finalmente arriva lui:
Massimo, altresì noto come Norman Osborn; romano, forumista, pararivale, e in questa occasione, nostro cicerone per la Capitale del Mondo. E la prima missione è compiuta: ciò che ne ottengo è una meritatissima sosta a Villa Borghese, dove ricomincio a rifocillarmi, mi accorgo dell'arrivo del mio compaesano Martin, artista giramondo, osservo prima le anatre che la natura ha reso evidenti che mi fanno ritornare in mente altri parchi e altre vite, e le oche che Dio ha celato in forma umana, con Massimo complice. Mia sorella sveglia Dronzee con un gavettone, grave errore per lei.
Dopo che Massimo rincasa, ci accingiamo finalmente ad arrivare al concerto. Piazza S. Giovanni è già una bolgia infinita, benchè stiano ancora suonando dei gruppi emergenti, come i Blues Willis, per scaldare la piazza. Segue contestatissimo cappello introduttivo di Andrea Rivera. Urla di giubilo anticlericale, a cui non posso che unirmi. Divertito scorgere di maghi ubriachi dell'improvvisazione. Poi, Johnny Be Good come sigla (e grazie a me qualcuno per un minuto e venti ha potuto godersela, e seconda missione compiuta) e si può cominciare.
Accortisi dell'impossibilità di fare gruppone coi bolognesi, finiti chissà dove, confusi dalle amene indicazioni di Meggy via SMS riguardo uomini su lampioni ed ombrelli chiusi (!), Dronzee e il qui presente riuniscono sotto la loro guida gli altri benauguranti, e parte la danza. Del pomeriggio ricordo Africa Unite, Nomadi, Paolo Rossi con gli amici di Rino Gaetano, Velvet, Enzo Avitabile, e, in seguito alla quasi toccante rèunion col sodale Edo, arrivato in auto da Chieti con il coinquilino Peppe, che avvisto da lontano per poi mettermi ad invocarlo come un miraggio insperato, gli immancabili Bandabardò e Modena City Rambles. Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re. Mi perdo nel pogo più esaltante e distruttivo della mia vita: quello di migliaia di persone condizionate dall'effetto domino. L'onda umana.
Entro in pausa e reincontro Massimo, a cui presento Junichi (credo) artista nipponico amico di Martin.
Brodo di giuggiole di fronte ai suoi disegni per noi, mentre lui, subissato dalla nostra cordiale espansività, non può fare a meno di ridere, sia perchè immagino quanto buffi possiamo sembrare, oltre che quasi incomprensibili.
Ore 20: definitivo arrivederci con Massimo, che va al cinema, e con mia sorella, che va al bus.
Alla ricerca di un tabacchino, Edo incappa invece in un imbolsito ed unto napoletano, con cui contratta per una 10 euro. Tutto (la faccia del tipo, l'occasione, il prezzo, l'eccessiva quantità) prelude ad un inghippo, ed infatti questo gli viene. Alla faccia del diffidare sempre degli sconosciuti, o di chiunque, in generale.
Dalla piazzetta di Re di Roma, campo rom per l'occasione, si ritorna al concerto: io incontro Meggy and company, che mi narra di come gli altamurani mi abbiano cercato invano, mentre questi qui fotografano Dronzee, Edo e Peppe. Sul palco, a chilometri di possibilità da me, c'è Chuck Berry, e le endorfine non possono che avere un picco da collasso. Dopo di lui si avvicendano Tiromancino (di cui apprezzo un casino la versione di Sunshine of Your Love), Daniele Silvestri e Afterhours.
Poi si va alla metro, Meggy si congeda dai suoi compari, e via per un ennesimo tour promozionale nell'abisso della disorganizzazione ferroviaria. Un sacco di treni riescono a venire occupati dall'irruenza della gioventù, i siciliani conquistano un intero binario, i bolognesi hanno ancora vita facile...
per noi niente da fare, siamo più sorvegliati di Annamaria Franzoni, e a ciò si aggiunge la beffa dell'ora e mezza di ritardo che andrà a diventare 3 ore. Controlli incrociati, scrocconi giù, a prolungare la permanenza. E ciò, francamente, è bello e mi piace.
Arrivati a Bari anche Meggy prende congedo, ringraziandoci per la compagnia. E ancora a Bari, dobbiamo subire un altro ritardo strategico dell'azienda privata (lo so, lo so, suonano ipocrite le mie lamentele ma qui si riportano i fatti, signori, e nulla più) di miseri 3/4 d'ora. Poi finalmente casa, doccia, pranzo, collasso di 5 ore sul letto. E la birra con Angioletto a Cagges, a sera inoltrata, per decomprimere.
Collettività, indvidualismo, precariato, alcol, spinelli, slogan, musica, sponsor, vittime del lavoro, l'ipocrisia dello studente che festeggia il lavoro insultando il lavoratore, l'arroganza di alcuni poliziotti, il senso del dovere di altri, soprusi e speculazioni, e furbi dell'ultim'ora.
Ma qualcosa come sempre rimane, di questo primo maggio, nei pensieri di ognuno.
Sorte benevola vuole che non sia soltanto il pensiero di una Roma invasa da cartacce e lattine di birra.
Ah, la terza missione? Beh, era questo post, e anche stavolta ce la siamo cavata discretamente.